La lingua dei Cavalieri di Malta: parole che utilizziamo ancora oggi

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Quale lingua parlavano davvero i Cavalieri di Malta? La risposta non è semplice, perché l’Ordine — nato a Gerusalemme nell’XI secolo per iniziativa di membri francesi — fu fin dalle origini un crocevia di culture e idiomi diversi. La prima lingua utilizzata fu proprio il francese, ma con la trasformazione dell’Ordine in una realtà internazionale, articolata in otto grandi “Lingue” (Provenza, Alvernia, Francia, Italia, Aragona, Castiglia e Leon, Inghilterra e Germania), nel 1357 fu adottato il latino come lingua ufficiale per le questioni amministrative e legali, perché garantiva maggiore precisione.

Quando l’Ordine si stabilì a Malta nel 1530, la situazione linguistica si arricchì ulteriormente: l’italiano divenne la lingua della comunicazione ufficiale e rimase tale per quasi quattro secoli, fino al 1934, quando fu sostituito dall’inglese. Ancora oggi, circa il 60% dei maltesi conosce l’italiano, e non è raro incontrare parole della lingua maltese che ne conservano l’eco.

Ma cosa resta, nel nostro italiano quotidiano, di quella lunga storia? Più di quanto si pensi. La parola “commenda” — oggi utilizzata anche nel linguaggio giuridico ed economico, come nella “società in accomandita” — nasce proprio dall’uso che i Cavalieri facevano di questo termine per indicare un beneficio o una proprietà affidata a un membro dell’Ordine in cambio di rendite verso la sede centrale. Il termine “priorato”, che oggi indichiamo per certe strutture religiose o organizzative, discende direttamente dalla suddivisione territoriale dell’Ordine nei vari Paesi europei. E ancora “magione”, usato in alcune zone d’Italia per indicare edifici legati proprio agli Ospedalieri, o “ospedale” stesso, parola che affonda le radici nell’attività di ospitalità e cura che diede il nome originario ai Cavalieri: gli “Ospitalieri”.

Ad allargare lo sguardo alla più ampia cultura cavalleresca — quella che i Cavalieri Ospitalieri condividevano con tutti gli ordini di cavalleria medievali — si scoprono altre parole sorprendentemente vive. “Scudiero”, il giovane che affiancava il cavaliere occupandosi delle sue armi e del suo scudo prima di essere a sua volta armato cavaliere, viene dal tardo latino scutarius, “soldato munito di scudo” — la stessa radice di “scudo”, non a caso. E “paladino”, usato per indicare chi difende con passione una causa o una persona, nasce dal latino palatinus, riferito ai cavalieri più fidati alla corte di Carlo Magno, e nei secoli è arrivato fino a noi conservando intatto il suo significato più profondo: quello di chi si fa, appunto, difensore leale di qualcosa in cui crede.

Parole semplici che portano dentro di sé otto secoli di storia, di viaggi, di incontri tra culture diverse — proprio come fu, nel suo tempo, l’Ordine che le ha custodite.

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