Riflessioni sulla libertà, il perdono e lo specchio che l’altro ci restituisce di noi stessi
Cosa significa davvero essere liberi? La libertà che è stata data all’uomo dovrebbe, a prescindere da ogni definizione aprioristica, avere come finalità lo scioglimento da ogni costrizione. Ma la libertà spesso non si riceva e basta, in quanto si tratta di una conquista: il riconoscimento di se stessi. Dirsi cristiani non può essere una parola riservata alle occasioni formali, alle cerimonie, alle pagine dei libri sacri. È, o dovrebbe essere, un modo di stare al mondo.
Quinid, che cosa significa davvero essere cristiani? Non certo nutrire sentimenti di vendetta o di rancore, che restano, ancora oggi, tra le cause prime delle guerre e delle crisi che attraversano il pianeta. Se ciascuno di noi accettasse anche solo in minima parte di prendersi la propria responsabilità — di sentire il peso della propria singolarità non come un fardello, ma come un contributo necessario a un’umanità migliore — qualcosa, nel mondo, potrebbe davvero cambiare.
Eppure ci alziamo, troppo spesso, con l’idea di vincere una battaglia, di riscattarci da un’offesa ricevuta. E intanto continuiamo a dirci cristiani. Ma essere cristiani implica, prima di ogni altra cosa, il perdono. Il più grande dei profeti, Gesù, da cui è nata la Chiesa, ammonisce con chiarezza l’offesa verso il prossimo, perché la riconosce come frutto di un pensiero malvagio — e il pensiero malvagio, in sé, è già il male. .
Ma il disordine non abita solo il mondo esterno: abita, prima di tutto, dentro di noi. Ed è solo riconoscendolo che l’uomo può accorgersi del proprio bisogno di Dio. Finché questo non accade, non c’è ordine né pace possibile nella propria vita, perché l’ego maschera quel bisogno, e nel farlo crea fratture spesso insanabili. Viviamo, in gran parte, nell’ignoranza di noi stessi: gli uomini di questo tempo stanno perdendo la coscienza e la capacità critica, e questo è un fatto gravissimo, forse il più grave di tutti. Nutrire cattivi pensieri, compiere azioni che provocano sofferenza altrui, significa vivere nel disordine. Da qui, il richiamo al divino che non è altro che inizia dal riportare armonia dento di sé. Dio è ordine, armonia, pace. Che senso ha dirsi cristiani quando non si incarna l’insegnamento di Cristo?
L’egoismo si è fatto normalità, mascherandosi da legittima difesa dei propri confini, da necessaria istanza di conservazione. È vero, è anche difesa. Ma è una difesa dettata dalla paura — perché questo è, in fondo, un mondo che vive di paura, immerso in essa fino al collo. Se solo riuscissimo a mettere in pratica, anche per un solo istante, il precetto evangelico “tratta l’altro come te stesso”, avremmo molto su cui riflettere. Perché se l’altro, per me, è soltanto veicolo del mio soddisfacimento, strumento di rivalsa o, peggio, bersaglio del mio odio, allora vuol dire che non amo affatto — nemmeno me stesso.
Quello di Gesù, del resto, non era soltanto un monito: era un’affermazione oggettiva. Nell’altro vedo me stesso — è vero, e oggi persino la scienza lo ha confermato, con la scoperta dei neuroni specchio. Se nutro rabbia verso l’altro, in realtà sono arrabbiato con me stesso. Se non accetto gli altri, è me che non sto accettando, sentendomi diverso, non riconosciuto, non accolto. Come cristiani, dovremmo sentire l’obbligo di una conoscenza profonda di noi stessi: solo così possiamo davvero comprendere la parola di Cristo.
Perché la parola non è nulla, se non è incarnata. La fede è vuota, se non è sentita. La luce non è vera luce, se non si diventa, a propria volta, luce. E Cristo, prima ancora che un modello da imitare, è una coscienza: quella di essere, ogni giorno, ciò che lui stesso ci ha insegnato a essere.










