Nella casa del Signore

Padre Carmelo La Rosa
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Vivevamo un momento particolare in cui la gioventù sfuggiva completamente ad ogni controllo degli adulti. Un gruppo di loro manifestava il proprio sbandamento anche durante la Messa domenicale.

Eravamo in riunione con degli anziani, per affrontare questo problema e alla fine, mentre visitavamo la chiesa in costruzione, uno di loro mi chiese a bruciapelo: “Ma per chi fai questa chiesa, per gli zingari?”

Rimasi perplesso poiché non sapevo quale significato attribuire a quella parola anche perché nel villaggio ci sono diciotto famiglie di zingari mussulmani. Lui ha chiarito, ripetendo la parola, accennando a se stesso e dicendo: “Noi siamo zingari!”

Io gli ho risposto che facevo questa costruzione non solo per gli uomini di oggi ma per quelli di domani che sicuramente saranno migliori, grazie anche al contributo della chiesa. Il suo volto si illuminò e tutti mi ringraziarono felici.

In effetti qualche volta mi chiedo anch’io: ‘Fabbricare? Per chi, se molti vanno via, soprattutto giovani, e tanti ritornano distrutti e difficilmente recuperabili?’

Mentre tutti fanno castelli in aria, pensando all’estero, noi lavoriamo e costruiamo per l’Albania.

Penso che anche questo sia un segno di speranza: dimostrare che guardiamo al futuro, oltre la caligine del presente, che crediamo in loro, abbiamo fiducia nel loro futuro, crediamo che c’è un domani anche per loro. Anticipiamo i tempi nuovi, andiamo avanti.

Mentre tutti sparavano e la gente per istinto, si metteva le mani sulla testa, per ripararsi da eventuali proiettili in ricaduta, noi eravamo al vivaio di Tirana proprio dietro il carcere, luogo estremamente pericoloso, a cercare un albero da piantare a Pasqua.

“Ma che facciamo qui, siamo pazzi?” mi diceva il mio collaboratore. “Ma chi pensa, in questo momento a comprare un albero, saremo noi gli unici, tutti pensano solo a salvarsi la pelle”.

Io cercavo di spiegargli che noi dobbiamo superare la vita con le nostre azioni, precorrere i tempi, andare oltre anche se non è possibile nella realtà; essere già oltre, nel sogno, nel desiderio, nel progetto, preparare i tempi futuri e offrire segni che diano speranza e aprano a prospettive di attesa.

In questi tempi squallidi, la chiesa è un seme piantato nell’inverno, nel tempo cattivo, che darà frutto a suo tempo (Sl 1,3). E’ già domani.

Deve accogliere la gente, riscaldarla, dare un senso di umanità, di famiglia, il conforto della preghiera, una dimensione diversa, un luogo bello, pulito, dolce, ove si respira e ci si mette in pace.

La chiesa è futuro, è oltre, è un muro spezzato, è l’insorgere della luce nel presente, è vera utopia.

La gente domani sarà migliore perché Dio opera e trasforma questa realtà umana e perché la chiesa, casa, “locanda” contribuirà a ristorare il loro spirito dalle asprezze quotidiane del presente.

Il villaggio avrà una fontana ove dissetarsi, ancora di più avrà una “locanda” ove ognuno, buon samaritano di sé e dei fratelli potrà portare il proprio spirito piagato dalle prove della vita per rigenerarsi e vi ritornerà per ringraziare: Ti rifonderò al mio ritorno (Lc 10, 35).

Realizzare cose belle nella semplicità è un modo concreto per evangelizzare.

I credenti si sentono rispettati e presi sul serio. I mussulmani ci fanno le lodi più grandi dicendoci che lavoriamo veramente per Dio e per la gente. I lontani ammirano il segno e ci ringraziano dicendoci che dove arrivano i missionari cattolici non portano solo la fede ma anche la cultura.

Che sogno, che gioia dare a questa gente il calore e il sollievo della ‘locanda’ di Dio! E’ come farli albergare nel cuore di Cristo, e far fare loro esperienza dell’amore del Padre, nel cuore di Gesù.

Che soddisfazione offrire la possibilità di un luogo caldo e vivibile a persone bastonate dalla vita, a gente assiderata da decenni di ateismo freddo, arido e disumano!

Che gioia per noi missionari condividere la felicità dei poveri di abitare nella casa del Signore! (Sl 135, 2).

Dopo mezzo secolo di cammino nel deserto invivibile del materialismo ateo, anche per loro si configura un approdo: Quale gioia quando mi dissero andiamo alla casa del Signore e ora i nostri piedi si fermano alle tue porte Gerusalemme! (Sl 122, 1-2).

Padre Carmelo La Rosa

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