La caccia ai trofei: il rispetto per la vita quanto vale?

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Redazione - EG Communication
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Come funziona, dove si pratica e perché la coscienza non può restare indifferente

Un leone, un leopardo, un elefante, un orso. Ci sono persone che attraversano i continenti e pagano cifre elevate per uccidere un animale e portarsi a casa la testa, la pelle o le zanne. Per quanto la legge possa consentirlo, riteniamo che farlo per vanità e per esibirsi sia un atto indegno dell’uomo.

Che cos’è e dove si pratica

La caccia ai trofei è la caccia di animali selvatici di cui si conserva una parte (testa, pelle, corna, zanne) come ricordo o segno di vanto. Si pratica soprattutto in Africa meridionale e orientale, in Nord America, in alcune aree dell’Asia centrale e in Europa. È un’attività organizzata come un’industria: agenzie specializzate vendono pacchetti, guide professionali accompagnano il cliente, le autorità locali assegnano quote di abbattimento e licenze.

Non va confusa con il bracconaggio, che è illegale e fuori da ogni controllo. Ma la distinzione non toglie nulla al problema etico: anche ciò che è legale può essere moralmente inaccettabile.

Che cosa dicono le istituzioni

La materia è discussa. L’IUCN, l’Unione internazionale per la conservazione della natura, nel 2012 ha pubblicato, tramite la sua Commissione per la sopravvivenza delle specie, principi guida secondo cui la caccia ai trofei può servire alla conservazione solo a precise condizioni: gestione trasparente, quote basate su dati scientifici e benefici che arrivano davvero alle comunità locali e agli habitat. I sostenitori sostengono che senza questi proventi molte aree resterebbero senza tutela; molti scienziati e associazioni contestano che nella pratica queste condizioni siano rispettate. La CITES, la Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate, regola l’esportazione dei trofei delle specie protette, ma non vieta la caccia in sé.

Particolarmente grave è la caccia a specie già in difficoltà. Leone e leopardo, ad esempio, sono classificati come «vulnerabili» nella Lista rossa dell’IUCN, e il loro numero è in calo in molte regioni.

La questione nasce da un principio morale, non da una moda. Gli animali sono creature di Dio, che l’uomo deve trattare con benevolenza; è contrario alla dignità umana farli soffrire inutilmente e disporre indiscriminatamente della loro vita. Uccidere per un trofeo, o per ricavarne borse e oggetti di moda, è proprio questo: togliere la vita non per necessità, ma per vanità.

Povertà interiore, un dislivello di evoluzione morale, dove il rispetto per l’altro essere vivente non è ancora entrato nella coscienza. Riteniamo immorali questi atti e, in quanto associazione dedita all’assistenza dei deboli, sosteniamo le associazioni che difendono la fauna, incoraggiando chiunque a non acquistare prodotti derivati da animali e a diffidare dei viaggi «di caccia» pubblicizzati come esperienze di lusso.

Un cavaliere è chiamato a proteggere i deboli. Se a essere indifesa è una creatura di Dio, il suo dovere non cambia.

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