Dai Gelsi alla seta: le origini siciliane di uno dei tessuti più amati dalle donne

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Un balcone sul Golfo di Milazzo, tra chiese bizantine, grotte e antichi telai

A circa 560 metri di altitudine, in provincia di Messina, le colline di Rometta godono di un microclima ideale che si affaccia sul Golfo di Milazzo. Oggi questo panorama evoca pace e bellezza, ma nel Cinquecento queste pendenze erano il motore di una complessa e affascinante catena di montaggio biologica e artigianale. Qui la seta non era un semplice commercio, ma una vera e propria cultura che trasformava la materia prima in uno dei tessuti più pregiati d’Europa.

La nascita del filo: il ciclo del baco e la trattura

Tutto cominciava nei campi. I pendii di Rometta erano ricoperti da coltivazioni intensive di gelso bianco, le cui foglie nutrienti venivano raccolte dagli uomini per alimentare le voraci larve del baco da seta. Questo allevamento domestico, protetto all’interno delle case e curato principalmente dalle donne, richiedeva temperature costanti e un’attenzione millimetrica.

Una volta che il baco completava il suo bozzolo, iniziava la fase più delicata: la trattura. I bozzoli venivano immersi in grandi caldaie d’acqua bollente per sciogliere la sericina, la colla naturale che tiene unito il filamento. Con enorme destrezza, le donne individuavano il capofilo di diversi bozzoli (spesso da 4 a 8 insieme) e li univano per formare un unico filo robusto. Questo filo veniva poi avvolto su aspi azionati a mano o tramite rudimentali meccanismi: nasceva così la celebre “seta di manganello”, un filato grezzo ma già di altissima qualità, rinomato per la sua lucentezza e resistenza alla trazione.

La nobilitazione: dai telai ai laboratori di ricamo

Dal filo grezzo si passava alla creazione del tessuto. Rometta era un centro brulicante di telai domestici e di botteghe artigiane. La lavorazione della seta locale si distingueva per la densità della trama e la capacità di creare tessuti sia leggeri che pesanti, come i damaschi e i velluti.

Il vero fiore all’occhiello del borgo era però l’abilità dei suoi ricamatori e maestri tessitori. La seta di Rometta non veniva solo tessuta in pezze monocromatiche, ma veniva spesso impreziosita con fili d’oro e d’argento. Questi artigiani lavoravano su commissione per la nobiltà e il clero, creando paramenti sacri, abiti cerimoniali e tappezzerie di lusso. La precisione dei motivi decorativi e la lucentezza cromatica impressa dalle tinture locali rendevano questi manufatti immediatamente riconoscibili in tutto il circondario messinese.

Le vie della seta: imballaggio e trasporto verso i mercati

Una volta prodotta, la seta doveva raggiungere i grandi mercati internazionali. Essendo un materiale estremamente prezioso e sensibile all’umidità e ai parassiti, il sistema di confezionamento e trasporto era rigorosissimo:

  • L’imballaggio protettivo: Le matasse di seta di manganello e i tessuti finiti venivano avvolti prima in tele di lino pulite, poi protetti da spessi strati di tela cerata impermeabile e infine stivati in robuste casse di legno sigillate.
  • La discesa a valle: Dalle colline di Rometta, le casse venivano caricate a dorso di mulo. Le carovane percorrevano i ripidi sentieri peloritani fino a raggiungere la costa.
  • L’imbarco e le rotte commerciali: Il fulcro della spedizione era il vicino porto di Messina, uno dei nodi serici più importanti del Mediterraneo. Qui la seta di Rometta veniva caricata sulle galee. Una parte prendeva la via del Nord, diretta ai grandi centri di tessitura e finitura di Venezia, Genova, o verso le fiere di Lione; un’altra parte veniva esportata direttamente verso le corti europee, trasformando il lavoro delle colline messinesi in un lusso globale.

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