Perché arrivarono, quando, quali chiese custodiscono e a quale Chiesa appartengono
A pochi chilometri da Palermo c’è un paese dove nelle chiese si canta in greco e in albanese, le pareti sono coperte di icone e le donne indossano nelle feste costumi di broccato e oro. È Piana degli Albanesi, la più importante comunità arbëreshë di Sicilia.
Quando e perché arrivarono
Gli albanesi lasciarono i Balcani per fuggire all’avanzata dell’Impero Ottomano. Il documento di fondazione di Piana, i Capitoli, è datato 30 agosto 1488 e fu stipulato a Monreale: l’arcivescovo di Monreale concesse ai profughi terre da coltivare, un’area dove costruire le case e, soprattutto, il diritto di praticare il rito greco. In cambio dovevano costruire o coltivare entro tre anni, pena la perdita dei feudi.
Per proteggere lingua e identità, per i primi tempi la comunità limitò l’ingresso ai siciliani dei paesi vicini. Pier Paolo Pasolini definì la conservazione per oltre mezzo millennio della lingua e del rito greco un «miracolo antropologico».
Una precisazione importante: ortodossi o cattolici?
I profughi del Quattrocento erano ortodossi. Oggi, però, la comunità appartiene alla Chiesa cattolica italo-albanese, di rito bizantino e in piena comunione con Roma. I Papi, a partire dal Cinquecento, ne sostennero il rito greco, anche contro le resistenze di vescovi latini locali. Nell’Ottocento il rito bizantino fu riconosciuto pari a quello latino. L’Eparchia di Piana degli Albanesi fu istituita nel 1936. Perciò non si può dire che a Piana ci siano «molti ortodossi» in senso proprio: ci sono cattolici di rito bizantino, che condividono con gli ortodossi la liturgia, le icone, il canto e molte tradizioni. Questa condizione di ponte tra Oriente e Occidente è uno dei suoi tratti più preziosi.
Le chiese
La Cattedrale di San Demetrio Megalomartire custodisce la più grande iconostasi lignea della Sicilia e affreschi delle absidi di Pietro Novelli (1641-1644); dal 1784 è sede del vescovo di rito greco-bizantino in Sicilia. Il Santuario della Madonna Odigitria, la Madonna «che indica la via», risale al 1488 e conserva un’icona portata dall’Albania. San Giorgio Megalomartire è indicata come la chiesa più antica del paese (1493); c’è poi Sant’Antonio il Grande (1562), mentre presso la chiesa di San Nicola di Mira hanno sede l’Eparchia e il Seminario italo-albanese.
Una comunità che resiste
La lingua arbëreshe, il rito, i costumi e le feste (a partire da quella della Vergine, il 30 agosto) sono ancora vivi. Piana degli Albanesi ci ricorda che l’unità dei cristiani non è soltanto un argomento teologico: a volte è una realtà concreta che si vive da secoli, in un paese siciliano.










