Cecità di Saramago: lo specchio in cui non vogliamo guardare

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Trent’anni dopo la sua uscita, il romanzo del Nobel portoghese racconta con una forza sorprendente la società di oggi

Ci sono libri che invecchiano e libri che, con gli anni, diventano più attuali. Cecità, di José Saramago, appartiene alla seconda categoria. Pubblicato in Portogallo nel 1995 e tradotto in italiano l’anno dopo, è tra i romanzi più letti dell’autore, che nel 1998 ricevette il Premio Nobel per la Letteratura.

La trama

In una città senza nome un uomo, fermo al semaforo, diventa improvvisamente cieco. Non vede il buio, vede un bianco lattiginoso. Il male si diffonde come un contagio. Il governo, spaventato, rinchiude i primi ciechi in un ex manicomio, sorvegliati da soldati che hanno ordine di non avvicinarsi. Tra loro c’è la moglie di un oculista, che finge di essere cieca ma continua a vedere. Dentro l’edificio, senza regole e senza aiuto, il gruppo si degrada: sporcizia, violenza, sopraffazione. Chi ha le armi controlla il cibo e lo fa pagare.

I personaggi non hanno nome: sono il primo cieco, la moglie del medico, la ragazza dagli occhiali scuri. È una scelta precisa, perché ciascuno di noi può riconoscersi in loro. Lo stile è altrettanto particolare: niente virgolette, dialoghi inseriti nella narrazione, frasi lunghe che trascinano il lettore.

Perché è attualissimo

Il libro ci ricorda che si può guardare senza vedere. Saramago suggerisce che la vera cecità è morale, ed è quella di chi vive accanto agli altri senza accorgersi di loro. Il romanzo apre con un’epigrafe che è già un programma: “Se puoi vedere, guarda. Se puoi guardare, osserva.”

Chi ha vissuto gli anni della pandemia ha ritrovato molte immagini del romanzo: la paura del contagio, la quarantena, l’isolamento dei più fragili, la fiducia nelle istituzioni messa alla prova. Ma la sua attualità va oltre. Riguarda l’indifferenza davanti alla sofferenza, l’informazione che ci sommerge senza aiutarci a capire, la tentazione di lasciare che sia qualcun altro a occuparsi dei più deboli. La società descritta da Saramago è la nostra, senza filtri.

La luce che resta

Il romanzo non è disperato. La moglie del medico vede, e proprio per questo si assume una responsabilità. Cura, protegge, guida il gruppo fuori dall’edificio e diventa la memoria morale dei suoi compagni. Il suo gesto ha un significato profondo: chi vede ha il dovere di aiutare chi non vede. Alla fine, la vista torna a tutti. Ma il finale non chiude il discorso: ci lascia con una domanda, se saremo capaci di guardare davvero.

Un libro da rileggere, o da leggere per la prima volta.

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