Il sogno maltese dello Zar: quando Paolo I accolse gli Ospitalieri

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Le origini del ramo russo dell’Ordine di San Giovanni

C’è un capitolo della storia ospitaliera che si consuma lontano dal Mediterraneo, tra le nevi di San Pietroburgo e i saloni dorati della corte imperiale russa. È la storia breve, intensa e per molti versi ancora sorprendente del legame tra i Cavalieri di Malta e lo Zar Paolo I di Russia.

Un legame nato dalla necessità

Tutto comincia nel gennaio 1797, quando il Gran Maestro Emmanuel de Rohan-Polduc, travolto dalle conseguenze della Rivoluzione Francese che aveva confiscato i beni dell’Ordine in Francia, cerca protezione politica ed economica. La risposta arriva da Pietroburgo: viene firmata una Convenzione che istituisce ufficialmente un Gran Priorato di Russia, incorporando l’antico Priorato di Polonia e affiancandogli, per la prima volta nella storia dell’Ordine, un secondo Priorato riservato alla nobiltà ortodossa russa. Paolo I, da poco salito al trono, assume il titolo di “Protettore dell’Ordine” e dona ai Cavalieri il fastoso Palazzo Vorontsov di San Pietroburgo, che diventa sede dell’ambasciata ospitaliera in terra russa.

Quando nel giugno 1798 Napoleone occupa Malta e costringe all’esilio il Gran Maestro Ferdinand von Hompesch, centinaia di Cavalieri in fuga trovano rifugio proprio alla corte degli Zar. Considerando von Hompesch responsabile della perdita dell’isola, il 27 ottobre 1798 il Gran Priorato di Russia e i Cavalieri delle altre Lingue riuniti a Pietroburgo lo dichiarano decaduto ed eleggono Paolo I come nuovo Gran Maestro. È un evento senza precedenti: un sovrano ortodosso, sposato e non professo, a capo di un antico ordine religioso cattolico. Il Papa Pio VI non riconoscerà mai la validità di quell’elezione, ma di fatto Paolo I regna come 70° Gran Maestro fino alla sua morte, nel 1801.

Vita di corte tra fasto e liturgia

Per il breve periodo della sua esistenza, tra il 1797 e i primi anni dell’Ottocento, il ramo russo dell’Ordine è un mondo a parte, cucito addosso all’aristocrazia imperiale. I Cavalieri appartenenti al Gran Priorato russo — circa 198 tra balì, gran croce, commendatori e cavalieri, ai quali si aggiungono decine di famiglie nobili insignite di commende ereditarie — vivono divisi tra i doveri di corte e le cerimonie proprie dell’Ordine. Paolo I fa aggiungere alle insegne ospitaliere l’aquila bicefala imperiale, tuttora presente in alcune tradizioni cavalleresche che si richiamano a quella storia, e inserisce la croce ottagona nell’emblema stesso dell’Impero russo.

La quotidianità di questi cavalieri si svolge tra il Palazzo Vorontsov — trasformato in una sorta di piccola corte cavalleresca, con la sua cappella e le sale di rappresentanza — e la vita di reggimento, poiché molti degli insigniti provengono dalla Corpes de Pages, la guardia d’élite destinata a formare i futuri ufficiali dello Zar. È un innesto peculiare: da un lato la solennità della liturgia e del cerimoniale ospitaliero, dall’altro il fasto tutto russo dei ricevimenti imperiali, in un equilibrio che integra la spiritualità cattolica dei riti fondativi con la sensibilità ortodossa della nobiltà locale, dando vita a quella vocazione multiconfessionale che l’Ordine porterà con sé anche nei secoli successivi.

Una parentesi breve, un’eredità lunga

L’assassinio di Paolo I nel marzo 1801 e il progressivo disimpegno del figlio Alessandro I segnano l’inizio del declino di questa stagione: la dignità di Gran Maestro non passerà più a un sovrano russo, ma la tradizione del Gran Priorato non si spegne subito. Sopravvive per tutto l’Ottocento all’interno dell’aristocrazia zarista, fino all’ultimo Gran Maestro onorario russo, il Granduca Aleksandr Michajlovič, e getterà un seme che, dopo la rivoluzione del 1917, i discendenti dei Cavalieri ereditari porteranno con sé in esilio, mantenendo viva la memoria di quella straordinaria — e brevissima — stagione in cui una croce nata a Gerusalemme trovò casa sotto lo scettro degli Zar.

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