Frutta martorana: quando nasce e perché si chiama così

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Dal monastero di Palermo ai canestri del 2 novembre: storia, leggende e verità di un dolce che sembra un frutto

Sembrano limoni, fichi d’India, mandarini appena raccolti. Sono invece pasta di mandorle, colorata e lucidata a mano: la frutta martorana, regina dei dolci siciliani nei giorni dei Santi e dei Morti. Il nome, però, non ha nulla a che fare con la frutta: è il nome di una famiglia e di un monastero.

Il nome: una famiglia, un convento

Secondo le ricostruzioni, il monastero fu fondato a Palermo nel 1194 da Goffredo ed Eloisa Martorana, accanto alla chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio. L’edificio prese il nome della coppia. Nel 1433 il re Alfonso d’Aragona donò la chiesa al convento: da allora quel luogo fu conosciuto come la chiesa della Martorana, nome che ancora oggi porta, e le monache che vi vivevano, secondo la tradizione, furono le prime a preparare quei dolci. Per questo il dolce si chiama martorana: è il dolce delle monache della Martorana.

Che cos’è

È un impasto di mandorle sbucciate e zucchero, lavorato con un po’ d’acqua e aromatizzato, poi modellato a mano, dipinto con colori alimentari e rifinito con gomma arabica per dare lucentezza. È chiamato anche pasta reale. Ogni frutto ha forma, colore e piccole imperfezioni che imitano il vero: a Palermo le pasticcerie ne espongono ceste intere vicino al 2 novembre, e oggi si trovano tutto l’anno.

Le leggende

Le versioni sono diverse, e proprio questa varietà dice che siamo davanti a una tradizione più che a un documento. Una racconta che le monache dovevano accogliere un ospite illustre alla fine dell’autunno, quando il giardino aveva perso i frutti: per non fare brutta figura, appesero agli alberi frutti di mandorla. L’ospite, secondo il racconto, ammirò lo scherzo e li definì «dolci degni di un re», da cui pasta reale. Nei racconti l’ospite cambia: re Ruggero II in una versione, l’arcivescovo o l’imperatore Carlo V (nel 1535) in altre.

Un’altra tradizione riguarda Eloisa. Si dice che accogliesse i bambini abbandonati e premiasse i più buoni con dolci a forma di frutta, preparati secondo una ricetta appresa da una donna araba che viveva nel convento. Dopo la sua morte, le consorelle avrebbero continuato il gesto, lasciando la mattina del 2 novembre cesti di dolcetti e dicendo che li aveva portati Eloisa durante la notte. È probabilmente da qui che nasce l’usanza dei doni dei morti ai bambini.

L’origine araba

Mandorla e zucchero arrivano in Sicilia con gli Arabi, che vi dominarono dal IX secolo, e la cultura dolciaria siciliana ne conserva molte tracce. Alcune fonti attribuiscono agli Arabi l’invenzione del dolce, con date molto antiche, ma non ci sono documentazioni certe a riguardo. Ciò che si può dire con ragionevole sicurezza è che la ricetta nasce dall’incontro tra la tradizione dolciaria araba e quella conventuale cristiana.

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