A più di un mese dal clamoroso furto avvenuto al Louvre il 19 ottobre, un solo gioiello è stato ritrovato, mentre il resto della refurtiva continua ad alimentare un intreccio di false piste, trattative oscure e contatti internazionali di dubbia attendibilità. I ladri sono stati identificati e arrestati, ma non tutti i membri della banda sono oggi sotto custodia, e soprattutto la maggior parte dei gioielli sottratti rimane ancora dispersa. Secondo indiscrezioni trapelate negli ultimi giorni, una società israeliana avrebbe ricevuto messaggi da un uomo che si definisce “rappresentante della banda”. Avrebbe perfino inviato immagini dei gioielli scomparsi, come garanzia in cambio di una ingente somma di denaro. Nulla di verificabile, per ora.
L’unico tesoro realmente recuperato è la corona dell’imperatrice Eugenia, moglie di Napoleone III, ritrovata danneggiata poco distante dal museo poche ore dopo il furto. È un oggetto che da solo riassume la grandezza e le contraddizioni del Secondo Impero. Con i suoi 1.354 diamanti e 56 smeraldi, gli otto archi a forma di aquila e il globo sommitale di brillanti e smeraldi, la corona – realizzata da Alexandre-Gabriel Lemonnier per l’Esposizione Universale del 1855 – è un capolavoro di oreficeria, superstite di una rapina avventata e rapidissima, tanto violenta quanto spettacolare.
Ma quel diadema non racconta soltanto l’abilità di mani d’oro francesi. Racconta soprattutto la storia della sua ultima portatrice: l’imperatrice Eugenia de Montijo, una delle figure più affascinanti, controverse e moderne della storia europea dell’Ottocento.
Eugenia era nata a Granada nel 1826 e da subito la sua vita fu segnata da un’educazione cosmopolita tra Francia e Inghilterra, voluta da una madre ambiziosa che sognava per le figlie un destino internazionale. Bellissima, magnetica, dotata di intelligenza brillante, conquistò Luigi Napoleone Bonaparte durante un ballo all’Eliseo. Lui era già una figura controversa – presidente della Seconda Repubblica, nipote dell’Imperatore, uomo di molte passioni – ma con lei scoprì una compagna capace di affiancarlo anche sul piano politico. Si sposarono nel 1853 e, contro ogni pregiudizio nazionale, lei divenne imperatrice dei Francesi.
Criticata come “la Spagnola”, accusata di frivolezza e presunta superficialità, Eugenia fu invece una donna straordinariamente moderna. Capì prima di molti il potere politico dell’immagine e della moda, trasformandole in strumenti per rilanciare l’economia francese, dall’industria tessile all’oreficeria. Sostenne il pittore Winterhalter e l’innovativo couturier Worth, aiutando la nascita dell’alta moda parigina. Fu reggente dell’Impero in tre occasioni, intervenne nelle politiche sociali, fondò orfanotrofi e ospedali, supportò le ricerche di Louis Pasteur.
Il suo gusto contribuì a definire lo stile gioielliero dell’epoca: preferiva gli smeraldi, amava i disegni floreali, e proprio il suo amore per i gioielli culminò in quella corona oggi tristemente danneggiata. Ma seppe anche rinunciarvi: rifiutò una parure di diamanti il giorno delle nozze, chiedendo che il suo valore fosse destinato alla costruzione di un orfanotrofio.
Il tramonto dell’Impero fu rapido. Dopo la sconfitta di Sedan nel 1870, Eugenia fu nuovamente additata come responsabile politica, proprio come Maria Antonietta prima di lei. Fuggì in Inghilterra con il figlio, raggiunta poi da Napoleone III. L’esilio fu scandito da tragedie: la morte del marito nel 1873 e quella del figlio, caduto in Sudafrica nel 1879. Eugenia visse altri quarant’anni in solitudine e preghiera, ritirata a Farnborough, dedicandosi alle opere di carità e vegliando sul mausoleo della sua famiglia.
Oggi, mentre le autorità francesi e internazionali continuano a cercare la refurtiva dispersa, solo la corona dell’imperatrice è tornata alla luce. È danneggiata ma viva, come se avesse voluto raccontare ancora una volta l’ultimo capitolo di un’Imperatrice che fece della luce – dei diamanti, dell’ingegno e della volontà – la sua firma personale. Tutti gli altri gioielli, compresi quelli appartenuti a Maria-Amélie e a Ortensia di Beauharnais, restano ancora avvolti nell’ombra.
La speranza è che anche loro, prima o poi, possano riemergere e restituire agli storici – e al pubblico – un altro frammento di un passato rubato, ma non ancora perduto.










