La consuetudine lo interpreta quale segno di rispetto ed allora “tanto di cappello” alla mostra aperta in questi giorni nel capoluogo lombardo, The Queen’s Hat, promossa dagli Assessorati Moda e dello Sviluppo Economico di Regione e Comune. Una collezione di opere d’arte narranti il lavoro e la creatività, gli stili e i significati, le varietà di cui la regina Elisabetta II è stata testimonial del secolo con l’immancabile suo cappello per ogni occasione, come preziosi i circa cinquemila modelli differenti che ha posseduto.
La curiosità per tale componente della vanità femminile non ne ha fatto dimenticare la dimensione economica e alla fine ci siamo chiesti se il cappello femminile produce imprenditorialità, è elemento di galateo, simbolo o indispensabile complemento della moda che non sembra tramontare. La sua storia intreccia necessità, materiali, magie del fascino, moda, classe sociale e galateo, perfino età, se si pensa che una giovane donna in cerca di marito non si sarebbe mostrata pubblicamente con il capo scoperto. Già, e questo ricorda che ancora oggi le donne di alcune fedi religiose non mostrano i capelli, componente della seduzione femminile.

Il nome cappello deriva da cappa, copertura garantita dal cappuccio lembo del mantello ma i cappelli sono stati creati di paglia fin dalla preistoria, di pelli, cotone e lana che proteggevano il capo, da indossare durante alcuni riti e in battaglia per i romani o nel rinascimento imbottiti a ciambella dal cui retro scendeva sulla schiena un tessuto leggero perché questa era la moda. Si sono allargati a misura delle enormi parrucche nel 1700 e trasformati in cuffiette nell’Ottocento, quando nasce l’industria tessile con le prime macchine da cucire, immortalati in immagini con l’invenzione della fotografia.
Nel XX secolo paglia, pelliccia, velluti e piume hanno composto colbacchi, turbanti, cappelli a tesa larga come nel 1907 la nostra ben nota paglietta, o anche magiostrina esibita perfino dall’ arbiter elegantiae Edoardo VIII, poi negli anni ’20 e ’30 la cloche lanciata dalla modista francese Caroline Reboux e negli anni ’40 velette e reticelle che regalano ulteriore fascino.
Comunque complemento indispensabile degli outfit, Coco Chanel sosteneva: “L’educazione di una donna consiste in due lezioni: non lasciare mai la casa senza calze, non uscire mai senza cappello”.
Dagli anni ’40 -’70 si sono arricchiti di visiera assumendo anche il significato di distinzione sociale e persino espressione di diversa età e regola del galateo.
Per quanto i cappellifici subissero le crisi economiche nell’immediato dopoguerra, il cappello rimane status symbol e oggetto da collezionismo.
Mariolina Frisella










