La Preghiera: Un Dialogo intimo con il Divino Oltre le Parole

Giuseppe Madia
4 minuti di lettura

C’è sempre un momento della nostra vita in cui smettiamo di ragionare come scienziati legati alla materia e cominciamo ad indagare tra le parole dei vangeli alla ricerca di ogni possibile verità.

Tentiamo la preghiera, la semplice pratica del rivolgersi da persone non teologhe a quel Qualcuno che è Oltre, rassicurante tanto da chiederGli grazie e invocare perdono.

Così ci hanno insegnato e le preghiere escono dalla memoria e scorrono tra le dita con in mano un rosario che è la forma più diffusa del pregare cristiano e non protestante.

“Rosario” nel medioevo era una collana di rose che si metteva sulle statue della Vergine, simbolo di preghiere “profumate” in omaggio a Maria e furono i monaci dell’ Ordine cistercense che nel XIII secolo pensarono alla collana quando idearono la corona del rosario, abbinando ai grani le preghiere che, recitate, consentivano il perdono di Dio, l’indulgenza.

Per questo da quel Rosario nasce l’intenzione di sintetizzare i misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi che hanno ritmato l’esperienza di Gesù e Maria ricapitolando la fede nel Credo, nel Padre Nostro, nell’Ave Maria e nel Gloria.

Anche il pregare con le mani giunte risale al medioevo, un atto di omaggio feudale quando per diventare vassallo l’uomo poneva le sue mani fra quelle del suo signore al quale si sottometteva. Dunque un retaggio che in quel periodo si adattava all’idea di affidarsi a Dio, il signore che poteva proteggere.

Se poi riflettiamo sul fatto che i protestanti non recitano il rosario ma altre preghiere, gli anglicani ne usano uno anche se diverso, gli ortodossi lo recitano servendosi di una coroncina che si chiama Kombooi, appare in tutta la sua coralità l’esigenza comune: in tutte le fedi siamo in tanti a pregare, pur con le dovute differenze.

Tra le preghiere affascina il Padre Nostro che, a leggere i Vangeli, lo stesso Gesù ha insegnato agli apostoli. Matteo nel suo vangelo lo inserisce nel Discorso della Montagna  e Luca ne tratta quando uno dei discepoli chiede a Gesù una preghiera riconoscibile per la sua comunità. È lì che si invoca il Páter con il “Perdona a noi i nostri peccati”, sostituendo il “Rimetti a noi i nostri debiti…”, dove pater ricorda l’aramaico abba, “babbo”, e l’aramaico hobáin debito sta per peccato.

Due contesti che si fanno pensiero unico quando immaginiamo Gesù, uomo-Dio che ci insegna a rivolgersi al Padre suo e nostro.

Un pensiero che ha animato la fede di tanti tra poeti, linguisti, teologi, perfino orafi e artigiani di Ellius che in un anello a fascia e in un bracciale hanno voluto incidere la preghiera all’esterno in aramaico e in italiano e all’interno.

Eppure la preghiera sta nella mente, connessa alla infinita ricerca dei suoi significati e alla inesauribile necessità di essere sostenuti. Diventa intima, va oltre il suo valore sociale, parla a te stesso quando vuoi e se lo vuoi, sotto qualsiasi forma e rimane sempre un luogo che ti concedi per meditare il tuo rapporto con Dio, che ingloba necessariamente il rapporto di Dio con l’essenza della vita.

Non privilegia tempi specifici, può essere in qualunque circostanza, indipendente dalle ore canoniche.

È preghiera quella che rivolgiamo con parole spontanee, anche sgrammaticate, senza un testo fisso da recitare ricordandone per forza ogni parola, in qualsiasi luogo fuori dalla Chiesa, ma quando sentiamo di dover scambiare quattro chiacchiere con quel Qualcuno.

E, se così, allora quello che diremo sarà vero e troverà la sua risposta. Sarà una preghiera importante.

Mariolina Frisella

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