Usa e OMS: la rottura che cambia gli equilibri della Sanità internazionale

Giuseppe Madia
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Donald Trump ha avviato le pratiche per il ritiro degli USA dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

L’agenzia a gennaio 2025 tra i principali finanziatori sui 194 Stati membri, ha potuto contare su Germania, la Fondazione Bill & Melinda Gates, il Regno Unito, la Commissione Europa, GAVI Alliance, Giappone, Cina e Rotary International, e sugli Usa che coprono quasi il 20 per cento del budget annuale con circa 110 milioni di dollari l’anno di contributi obbligatori e 1,1 miliardi di donazioni volontarie solo fra il 2022 e il 2023, circa un terzo del totale dei fondi diretti degli Stati membri e un quinto delle risorse totali. Non si tratta di poco e forse gli USA hanno diritto ad un rendiconto.

Se ciò non fosse i contributi statunitensi, garantiti per il 2025, potrebbero non esserlo a partire dall’anno successivo ponendo l’organizzazione nella necessità già urgente di rivedere la propria governance partendo dalla dimensione finanziaria.

Il tema è il funzionamento dell’OMS all’interno della quale vale per la giurisprudenza internazionale l’adesione degli Stati per l’obbligo a loro carico di cooperare in buona fede per favorire il perseguimento degli scopi e degli obiettivi dell’Organizzazione espressi nella sua costituzione fin da quando è stata fondata nel 1948.

Ma se la finalità dell’OMS è ottenere che tutte le popolazioni vivano al livello più alto possibile di salute quale ben-essere fisico, mentale e sociale, con programmi di salute, nutrizione e prevenzione, anche e non solo attraverso l’ assenza di malattia o di infermità, di certo i report attuali sulla sanità mondiale e sul ben-essere non narrano di risultati se non per alcuni settori quali ad esempio l’eradicazione del vaiolo e della poliomielite, la lotta all’AIDS, mentre il recente caso Covid 19 ha lasciato piuttosto spazi di critica.

Se pure è doveroso provvedere alla salute pubblica nella sua interdipendenza mondiale, lo si deve aggiornando il proprio sistema che negli ultimi anni ha ricevuto critiche di inefficacia rispetto  al sovra-finanziamento, alle necessità emergenti e alle sue ricadute in ciascuno stato.

Il focus pertanto parte dalla mancata o debole trasformazione di procedure e assetti in un mondo che cambia volti, forse anche dalle difficoltà irrisolte di interazione sulla salute integrata che non tratta solo di vaccini, e di una ridistribuzione delle logiche amministrativo-gestionale con costi che appaiono semplicemente sproporzionati in relazione alle politiche sanitarie dei paesi membri, quindi da verificare. Parte il focus e si accendono i dibattiti, ma credo che  il confronto non debba essere inquadrato in una crisi distruttiva quanto piuttosto in un invito a ritrovare coesioni  ragionate e sostenibili nell’equilibrio finanziario che è rispetto della salute per tutti.

Mariolina Frisella

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