Oltre il Mito: La Storia di Anjezë Gonxhe Bojaxhium, la Donna che divenne Madre Teresa

Giuseppe Madia
9 minuti di lettura

Al Palazzo Ardizzone di Catania dall’8 al 22 Febbraio, in una mostra organizzata dal Gran Priorato Autonomo con la Fondazione Madre Teresa di Albania, avremo l’occasione di dialogare virtualmente con Anjezë Gonxhe Bojaxhiu, che in lingua albanese  vuol dire “pura casta” e “bocciolo di fiore”. Nome che alla sua nascita nel 1910 volle darle la madre, donna straordinaria per quegli anni  che volle anche un’istruzione superiore alla media e alla pari per i suoi figli e che si diede da fare quando, morto il marito facoltoso imprenditore e subentrata la povertà, mise in piedi un laboratorio casalingo di sartoria e ricamo per guadagnare. Tempi duri perché  la figlia Aga, ex annunciatrice di Radio Tirana era stata licenziata dal governo comunista albanese perché il fratello si era rifugiato illegalmente in una Italia allora considerata “capitalista”, e quando Anjeza a 18 anni lasciò l’Albania per farsi suora, dunque “spia del Vaticano” dal regime. Per 45 avrebbe cercato di fare estradare madre e sorella blindate dalla dittatura.  

Inizia da lì il peregrinare fuori dall’Albania di Anjeza che noi  conosciamo come Madre Teresa da quando in India nel 1937 prese il nome della giovanissima missionaria santa Teresa di Lisieux. 

Per lei era importante agire la preghiera e dare un senso alla sua vocazione. Da una piccola e povera casa, la prima che lei fondò a Calcutta, oggi il suo esempio è presente in Burundi, Camerun, Ciad, Congo, Brasile, Messico, Stati Uniti, Giappone e Tailandia.

Da 12 compagne di viaggio in grazia di Dio, prime suore di quella casa, oggi si conta un piccolo esercito di oltre 5 mila suore che portano avanti il suo insegnamento in più di cento Paesi.

Madre Teresa avrebbe dato al mondo un forte e grave segnale di libertà di spirito ma anche un tacito monito che sottolinea l’importanza della famiglia, dell’istruzione, della fratellanza in parità,  dell’equilibrio nell’altruismo, della forza di condividere le criticità in quel suo dire “Bisogna fare il bene con la stessa naturalezza di quando si lancia un sasso nel mare”,  determinata a stare accanto ai poveri derelitti, per i quali raccontava di avere litigato in sogno con San Pietro in persona, “minacciandolo di riempirgli il paradiso di straccioni”.

A colloquio con lei nella mostra che la riguarda scopriremo quanto forte sia stata scegliendo tra ciò che avrebbe potuto fare e ciò che voleva fare,  guardando in sè stessa ma sapendo guardare negli altri con il modo di fare del bene volendo bene, che ha reso grande la sua funzione prima privata e poi pubblica. Scelte serrate nei tempi: a diciotto anni tra le Suore di Loreto studiava l’inglese e il bengalese nel Darjeeling in India nel 1937. A Calcutta studiò la lingua hindi e insegnando per diciassette anni storia e geografia alle figlie dei coloni britannici nel collegio cattolico di Saint Mary’s High School del sobborgo di Entally che poi diresse,  conobbe la sofferenza di orfani e bambini abbandonati e si dedicò al volontariato che la portava fuori dalla protezione della convento. Nel 1946 scelse di essere accanto alla popolazione degli slum di Calcutta e in quello di Motijhil, devastato da miseria per gli scontri violenti tra fazioni indu, sikh e musulmane della città, nel processo di decolonizzazione dell’India. In una sola settimana morirono quattromila persone e diecimila furono feriti, il Great Calcutta Killing, Calcutta.

Ottenuta l’autorizzazione di Pio XII ad uscire dal convento nel 1948, armata solo della sua istruzione e di sapone per salvare i bambini dalla sporcizia nella periferia della metropoli, volle assumere la cittadinanza della neo-indipendente Repubblica d’India, come voler appartenere a quel popolo in una linea paritaria di rispetto tra chi dona e chi riceve, condividendone stili e condizioni di vita nel rispetto delle diversità di fede perché comunque Madre Teresa sosteneva che C’è un solo Dio, ed è Dio per tutti; è per questo importante che ognuno appaia uguale dinnanzi a Lui. Ho sempre detto che dobbiamo aiutare un indù a diventare un indù migliore, un musulmano a diventare un musulmano migliore e un cattolico a diventare un cattolico migliore……...”, e nella preghiera si è tutti inclusi. La sua determinazione la portò a lasciare il velo nero delle Suore di Loreto e con una sua ex allieva prima, poi con dodici ragazze tra cui ex allieve alla Saint Mary, fondò nel 1950 la congregazione delle “Missionarie della carità” per le quali scelse il sari bianco a strisce azzurre perché economico fra quelli in vendita in un piccolo negozio e perché aveva i colori della casta degli intoccabili, la più povera dell’India, simbolo di chi si sentiva non voluto, non amato, non curato dalla società, delle persone diventate un peso.

Aprì numerosissime case di accoglienza per i derelitti e i malati, cominciando nel 1949 dopo avere assistito una donna che moriva in strada in condizioni disumane, rifiutata perfino dagli ospedali.

Nonostante venisse guardata con il sospetto di fare proselitismo battezzando i morenti senza autorizzazione dei sacerdoti Indù, dal 1952 aprì la Casa Kalighat per i morenti, nei pressi del tempio di Kalt, nel 1953 una nuova sede a 54A Lower Circular Road che divenne la casa madre delle Missionarie, nel 1958 aprì il centro Gandhiji’s Prem Niwas, Dono d’amore di Gandhi,  per assistere i malati di lebbra nella degradata e periferica Tigarah  a Calcutta perché, diceva, non ci sono lebbrosi ma solo la lebbra e si può curare. Aprì nuove strutture nel 1959 a Ranchi, nello Stato indiano dello Jharkhand e nel 1961 in un terreno al confine con il Bihar affidatole dal governatore del Bengala dove per i malati di lebbra si preveniva da l’emarginazione perché potevano lavorare.

E quando papa Paolo VI riconobbe alle Missionarie della carità il titolo di “congregazione di diritto pontificio”,  nel 1965, Madre Teresa poté pensare anche ai suoi “straccioni” fuori dall’India aprendo case a Cocorote, in Vnezuela, la prima fuori dall’India, alla quale seguirono quella  a Colombo in Sri Lanka nel 1967, e poi nel corso degli anni settanta, ottanta e novanta in Africa, America, Asia ed Europa,  e con l’appoggio di papa Giovanni Paolo II, vennero aperte ben tre case a Roma, fra cui una mensa nella Città del Vaticano dedicata a Santa Marta, patrona dell’ospitalità.

Nel 1979 Le fu assegnato il premio Nobel per la pace e Madre Teresa chiese che l’assegno da 1 milione di dollari legato al premio, e i 7 mila del banchetto in suo onore che aveva subito fatto annullare, fossero spesi per sfamare per un intero anno i poveri di Calcutta. “Le ricompense terrene sono importanti solo se utilizzate per aiutare i bisognosi del mondo”.

Poi le sue condizioni di salute peggiorarono: un primo ricovero nel 1983, un infarto nel 1989, la polmonite nel 1991, nuovi problemi cardiaci e nel 1993 la malaria, la rottura della clavicola  nel 1996,  quando Madre Teresa lasciò definitivamente la guida delle Missionarie della carità e rientrata a Calcutta dopo l’incontro con papa Giovanni Paolo II morì all’età di 87 anni.

Fanno riflettere gli innumerevoli premi che le furono assegnati, la fama nel mondo che richiamò personalità di grande rilievo politico ed economico spinte tutte dal sentirsi in dovere di riconoscere in lei una forza costruttiva di pace contro la povertà nel mondo. Ma nonostante l’attenzione del mondo, oggi ancora la povertà aumenta continuando a condizionare la pace nel divario tra rispetto alla pari ed economie pre-potenti. Con lei sarà un colloquio stimolante.

Mariolina Frisella

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