Il Grufolo del Maiale, Colonna sonora della Sostenibilità ma non per Tutti

Giuseppe Madia
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Curioso Sant’Antonio Abate, figura rappresentativa del monachesimo cristiano tra III e IV secolo d. C. che il 17 gennaio per la sua festa si accompagna al maiale che metà del mondo alleva per cibarsene e l’altra considera un animale impuro, mentre se ne studia l’intelligenza e lo si utilizza per esperimenti medici cura delle valvole cardiache e dei reni. Eppure la sua è una storia millenaria, legame tra uomo, natura e commercio, già da 51.200 anni fa, testimone in Indonesia una pittura rupestre in cui il maiale selvatico è circondato da cacciatori. E quando fu domesticato dal VII millennio a.C. in Turkestan, in Asia minore e in alcune regioni dell’Asia Orientale, iniziava anche con questo animale il passaggio da un’economia di predazione a un’ economia di produzione e di commercio. Ed ancora da resti di maiali su una nave da guerra fenicio-punica del III sec. a.C. affondata tra le Isole Egadi e le coste di Marsala e oggi al Museo Archeologico Regionale Baglio Anselmi di Marsala, posto che i semiti fenici non avrebbero mangiato carne di maiale, si scopre che i maiali erano sulle navi per il loro senso di orientamento, eccellenti nuotatori, buttati in acqua guidavano alla terraferma, e come barometri presagivano l’arrivo di una tempesta. Ma anche se frustati con il loro grufolo comunicavano la presenza della nave in condizioni di bassa visibilità sul mare.

Prima rifiutato e poi rivalutato dal Cristianesimo ma bandito dalle tavole di mussulmani e ebrei, così il maiale è dibattuto nelle tre grandi religioni monoteiste e la sua vita non dovette essere facile nel modificarsi della storia e dei principi alimentari e ambientali.

Per quanto suggestiva l’immagine in braccio al santo o ai suoi piedi, come nell’opera quattrocentesca di Benedetto Bembo al Castello Sforzesco di Milano, l’apparire del maiale con il santo doveva conciliare le necessità alimentari con quanto si legge nel libro del Levitico e del Deuteronomio e sui Bestiari Cristiani. Le Sacre Scritture lo avevano posto in un ambito di peccato considerandolo immondo come tutti gli animali che hanno lo zoccolo spaccato e non sono erbivori. Potrebbe essere stata la sua unghia fessa con le due “dita” che ricordano il terzo e il quarto dito della mano e la superficie dura della “parete dello zoccolo”, che impressionava diabolicamente anche se oggi zoccoli e piede del maiale sono considerati un taglio sì povero ma di gusto e si riutilizzano nella preparazione dello zampone per quel principio di sostenibilità del non sprecare nulla.

Dai molti i riferimenti del Nuovo Testamento tra i quali la parabola del figliol prodigo, la citazione di Gesù di non dare da mangiare le perle ai porci o l’episodio di Gesù che trasmigrò i diavoli in una mandria di porci che finirono a mare, il Cristianesimo lo avrebbe considerato “immondo”.

Questo perché probabilmente il maiale avrebbe pagato il costo della transizione dalle credenze pagane al Cristianesimo: era colpevole perché i sacerdoti etruschi si erano serviti del suo fegato per presagire i messaggi divini propiziatori, perché era stato sacrificato in onore di Era e Cerere dee pagana o di avere rappresentato a nord il dio celtico Lug signore della luce. Inoltre il suo nome poteva derivare dal rito del sacrificarlo alla dea Maia. Erano tutte altre fedi e riti inconciliabili con il Cristianesimo che ne doveva cancellare l’affezione in particolare nelle aree di campagna dove certamente il maiale rappresentava per la gente una fonte insostituibile dell’alimentazione in povertà. Fu dall’XI secolo che la Chiesa capì che le sue carni potevano sfamare monaci e pellegrini e il maiale divenne un compagno raccomandato di Sant’Antonio Abate, trasformato dopo qualche tempo in suo fedele amico con la leggenda che lo vorrebbe salvifico.

Venne riconosciuto come “il maiale di sant’Antonio” ma il fatto era che i monaci dell’ordine degli Antoniani, noti per avere fondato uno dei maggiori ospedali del Medioevo che curava l’erpes zoster comunemente detta “fuoco di Sant’Antonio”, usavano il grasso del maiale per la cura, per cui li allevavano per venderli e ricavarne risorse per la gestione degli ospedali e a scopo medico. Gli Antoniani avevano posto un collarino che li identificava quali loro proprietà quando lasciavano i maiali liberi per le strade dove si alimentavano a costo zero dei rifiuti e forse da qui si sarebbe generata quell’immaginaria associazione con il Santo.

Il maiale comunque è simbolo della cultura contadina: a gennaio quando è grasso viene ucciso sullo scannaturo, ed è significativo che il primo sangue del maiale sgozzato dovesse cadere a terra, madre della natura provvida, in onore di divinità femminili perché la sugna era simbolo di fertilità presso le spose latine che vi ungevano gli stipiti della porta di una nuova casa per assicurarsi fortuna e fecondità.

Un rito che riproponeva il legame familiare tra i componenti, chi uccideva e stagliava (sezionava) il porco, chi raschiava le setole, puliva e disossava, chi ne ricavava porzioni di carne alcune da distribuire ai vicini che magari erano a lutto, le donne lavavano gli intestini per gli insaccati e preparavano il pranzo per tutti. Evento aggregante e condiviso socialmente.

Eppure c’è qualcosa di più che ci lega al maiale. Il giornalista storico norvegese Kristoffer Hatteland Endresen ha scoperto nella sua narrazione che è “Un po’ come noi”, per intelligenza, dieta, socialità. Lo ha voluto studiare più a fondo facendosi assumere in un allevamento intensivo dove per sei mesi ha osservato muoversi e interagire i maialini dalla loro nascita alla macellazione, scoprendo che possiede capacità cognitive paragonabili a quelle di un bambino di tre anni!

Mariolina Frisella

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