Antonello e Caravaggio a Messina: due destini, un solo museo

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C’è un luogo, in Sicilia, dove le vicende di due tra i più grandi pittori della storia dell’arte italiana si incontrano sotto lo stesso tetto: il Museo Regionale Interdisciplinare “Maria Accascina” di Messina, il MuMe. Da un lato Antonello da Messina, il maestro quattrocentesco che portò per primo in Italia la lezione fiamminga della luce e del dettaglio; dall’altro Michelangelo Merisi, il Caravaggio, che proprio a Messina trascorse alcuni dei suoi ultimi, tormentati mesi di vita. Il recente furto che ha colpito il museo, sottraendo alcune opere di Antonello, offre l’occasione per raccontare questo intreccio di storie e per ricordare, con esso, un altro celebre capolavoro caravaggesco che l’Italia non è più riuscita a ritrovare.

Il capolavoro colpito: il Polittico di San Gregorio

Tra le opere sottratte al MuMe figurano tre delle cinque tavole che compongono il Polittico di San Gregorio, noto anche come Polittico del Rosario, una delle creazioni più importanti di Antonello da Messina, insieme a una rara tavoletta bifronte in tempera grassa su legno, raffigurante da un lato la Madonna col Bambino e un francescano, dall’altro un Cristo in Pietà.

Antonello da Messina fu il grande maestro del Quattrocento siciliano che per primo in Italia seppe fondere la lezione fiamminga — fatta di attenzione minuziosa al dettaglio e alla resa della luce — con la solidità costruttiva della pittura rinascimentale italiana. Il polittico gli fu commissionato dalla badessa Fabria Cirino per il monastero di Santa Maria extra moenia, ed è composto da una tavola centrale con la Madonna in trono col Bambino, circondata da angeli e santi tra cui San Gregorio e San Benedetto, oltre a scomparti laterali. Un’opera di valore inestimabile, non solo economico ma soprattutto simbolico, come testimonianza della grande stagione artistica messinese del Rinascimento: la sua perdita, anche solo parziale, resta una ferita difficile da rimarginare per il patrimonio culturale della città.

I due Caravaggio del MuMe, rimasti al loro posto

Lo stesso museo custodisce anche due straordinarie tele di Caravaggio, non toccate dai ladri: la Adorazione dei pastori, commissionata dai frati cappuccini per la chiesa di Santa Maria degli Angeli, e la Resurrezione di Lazzaro, realizzata su commissione del facoltoso mercante genovese Giovanni Battista de’ Lazzari per la chiesa dei Padri Crociferi, pagata mille scudi — un compenso che superava di gran lunga qualunque cifra Caravaggio avesse mai ricevuto in precedenza.

Entrambe le opere risalgono agli ultimi, febbrili mesi di vita dell’artista, quando ormai fuggiasco — con una condanna a morte pendente sulla sua testa dopo l’omicidio di Ranuccio Tomassoni e la successiva, tempestosa parentesi maltese conclusasi con l’espulsione dall’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni — trovò rifugio in Sicilia grazie all’amico pittore Mario Minniti. Sono tele che raccontano, nella materia stessa della pittura, l’inquietudine di un uomo braccato: pennellate rapide, luce drammatica, un senso di urgenza che si respira in ogni composizione. Averle ancora al loro posto, oggi, è una fortuna che va custodita con la massima cura per la città di Messina e per l’intero patrimonio artistico nazionale.

Il fantasma della Natività di Palermo

La vicenda del MuMe riporta inevitabilmente alla mente un altro, ben più celebre e ancora oggi irrisolto, furto caravaggesco: la sparizione, nella notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969, della Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi, dipinta da Caravaggio nel 1600 e conservata per quasi quattro secoli sull’altare maggiore dell’Oratorio di San Lorenzo a Palermo.

Quella notte, alcuni uomini si introdussero nell’oratorio — privo all’epoca di qualsiasi sistema di allarme — tagliarono la grande tela dalla cornice con una lametta, la arrotolarono e la portarono via, lasciando dietro di sé solo un telaio vuoto. Da allora, di quel capolavoro — stimato oggi in circa 30 milioni di euro e inserito da tempo nella lista dei dieci dipinti più ricercati al mondo — non si è più avuta alcuna traccia certa. Negli anni le indagini hanno più volte incrociato piste legate alla criminalità organizzata siciliana: diversi collaboratori di giustizia hanno raccontato versioni tra loro contraddittorie sul destino dell’opera, alimentando un vero e proprio filone di inchieste, libri e persino trasposizioni cinematografiche e televisive, senza però mai arrivare a un accertamento definitivo.

Un patrimonio fragile, da custodire con cura

Il parallelo tra le due vicende — a distanza di oltre cinquant’anni l’una dall’altra — racconta bene quanto il patrimonio artistico del nostro Paese resti, ancora oggi, esposto a rischi enormi, e quanto sia fondamentale continuare a investire in sistemi di sicurezza e sorveglianza adeguati per proteggere opere che appartengono, prima ancora che ai musei che le custodiscono, alla memoria collettiva di intere comunità.

Resta, in fondo, la consapevolezza che episodi come questi continuano a interrogare tutti noi sul valore, anche simbolico, dell’arte come bene comune. Un valore che va ben oltre le quotazioni di mercato, e che chiama in causa la responsabilità politica di custodire e tramandare un’eredità che appartiene, in fondo, all’intera umanità.

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