L’importanza delle parole, la “Responsione”: origine e significati

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Chi si avvicina per la prima volta al mondo cavalleresco si trova spesso davanti a un vocabolario ricco di termini antichi, molti dei quali affondano le radici nel latino medievale e nel francese delle cancellerie ecclesiastiche. Tra questi, uno dei più significativi — e forse meno conosciuti — è la responsione: un termine che, prima di diventare un vocabolo tecnico dell’amministrazione degli ordini cavallereschi, aveva già attraversato secoli di storia della lingua e della cultura, assujmendo più significati pur restando fedele a un’unica radice.

Una sola radice, tre significati

La parola discende dal latino responsio, sostantivo derivato dal participio passato responsus del verbo respondere — rispondere. È da questa stessa radice che nascono, in italiano, anche termini come “responsabile” e “responso”: tutte parole che condividono l’idea di un rapporto, di un vincolo tra un “prima” e un “dopo”, tra chi interroga e chi risponde, tra chi chiede e chi è tenuto a corrispondere.

Proprio perché nasce da un’idea così ampia e versatile — quella della “risposta” in tutte le sue forme, materiali e immateriali — nel corso dei secoli il termine “responsione” ha finito per assumere significati anche molto diversi tra loro, a seconda dell’ambito in cui veniva impiegato. I dizionari storici della lingua italiana, a partire dal Vocabolario Treccani, ne registrano oggi tre principali:

1. Il significato letterario, il più antico: “risposta” Nel suo uso più risalente, attestato già a partire dalla seconda metà del Duecento, “responsione” (o, nella forma arcaica, “risponsione”) significava semplicemente “risposta”, nel senso più diretto e comune del termine. Ne troviamo una traccia illustre perfino in Dante, che nella Vita Nuova scrive: “tutte l’altre cominciaro ad attendere in vista la mia risponsione” — tutte le altre attendevano, con lo sguardo, la mia risposta. Un uso oggi completamente scomparso dall’italiano corrente, ma che testimonia come in origine la parola indicasse, senza ulteriori specificazioni, l’atto stesso del rispondere.

2. Il significato metrico, nella poesia corale greca Un secondo significato, di ambito squisitamente tecnico-letterario, riguarda la metrica della lirica corale greca. Nei canti eseguiti dal coro nella tragedia e nella lirica classica — pensiamo a Pindaro o ai cori di Eschilo, Sofocle ed Euripide — la struttura poetica si articolava tradizionalmente in strofe, antistrofe ed epodo. La “responsione” indica proprio il meccanismo per cui lo schema metrico della strofe doveva corrispondere esattamente a quello dell’antistrofe: verso per verso, e in molti casi sillaba per sillaba, la seconda parte del canto “rispondeva” alla prima, riproducendone fedelmente la struttura ritmica anche quando cambiava il contenuto delle parole. Anche in questo caso, dunque, il cuore del significato resta lo stesso: una corrispondenza, un “rispondersi” reciproco tra due parti.

3. Il significato economico, quello degli ordini cavallereschi È infine dal significato più antico e generico di “pagamento periodico” — attestato anch’esso già in epoca medievale, quando “responsione” indicava un tributo o un versamento dovuto a scadenze fisse — che nasce l’accezione più specifica che qui ci interessa: quella adottata dagli ordini cavallereschi, e in particolare dall’antico Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, per indicare la tassa periodica che ogni struttura periferica era tenuta a versare al tesoro centrale.

Che cos’era la responsione nell’Ordine di San Giovanni

Nel linguaggio storico degli ordini cavallereschi, la responsione era dunque la tassa che ogni commenda, baliato, priorato o gran priorato era tenuto a versare periodicamente al tesoro comune dell’Ordine, indicato nelle fonti come “Comun Tesoro”. Si trattava di un contributo obbligatorio che ciascuna struttura periferica — sparsa nei vari Paesi d’Europa — doveva corrispondere all’amministrazione centrale, a garanzia dell’unità economica e organizzativa dell’intera istituzione: in un certo senso, la periferia era chiamata a “rispondere” finanziariamente al centro, proprio come nel significato originario del verbo latino da cui la parola discende.

Il meccanismo era tutt’altro che marginale: gli ordini cavallereschi medievali e moderni, per poter sostenere le proprie attività — che fossero l’assistenza ospedaliera ai pellegrini, la difesa militare dei propri possedimenti o le missioni caritative — avevano bisogno di un flusso costante di risorse economiche. Le commende e i priorati, distribuiti nei diversi Paesi, amministravano localmente beni, terre e rendite; la responsione era lo strumento attraverso cui una parte di quelle entrate tornava al centro, alimentando la cassa comune da cui l’Ordine attingeva per le proprie necessità generali. Le fonti storiche confermano del resto che le responsioni costituivano la principale entrata ordinaria nel bilancio dell’Ordine.

Il “terzo” fissato nel Capitolo di Malta del 1533

A rendere ancora più concreto questo meccanismo contribuisce un dato preciso, tramandato dalle fonti storiche: fu il Capitolo Generale celebrato a Malta nel 1533 a stabilire in modo organico la misura della responsione ordinaria, fissandola in un terzo dei redditi annuali che ciascuna commenda e ciascun priorato ricavava dai propri beni. Una percentuale non simbolica, che testimonia quanto il sistema fosse pensato per garantire al governo centrale dell’Ordine risorse solide e prevedibili, senza però svuotare del tutto le casse delle amministrazioni periferiche, chiamate a mantenere in proprio le spese di gestione e il decoro delle rispettive sedi.

A questa aliquota ordinaria potevano poi aggiungersi, in momenti di particolare necessità, contributi straordinari. È il caso, ben documentato, di quanto avvenne nel 1571: per finanziare la costruzione della residenza destinata a ospitare i cavalieri della Lingua d’Italia a Malta, fu imposta una tassazione aggiuntiva del 10% sulle rendite, da versare in due rate entro la metà del 1572, accanto alle responsioni ordinarie già dovute. Un episodio che mostra bene come il sistema delle responsioni fosse tutt’altro che statico, ma si adattasse — attraverso capitoli generali e disposizioni straordinarie — alle esigenze finanziarie che via via si presentavano, comprese quelle legate alla difesa militare dell’isola in uno dei periodi più delicati della sua storia, appena sei anni dopo il Grande Assedio del 1565.


La responsione, in questo senso, è un piccolo ma prezioso indizio di come, dietro la solennità delle cerimonie e la profondità dei valori cavallereschi, sia sempre esistita — ed esista tuttora, nelle diverse realtà che si richiamano a quella tradizione — una dimensione organizzativa fatta di regole, doveri reciproci e responsabilità condivise: elementi silenziosi ma indispensabili, senza i quali nessun ideale, per quanto nobile, potrebbe davvero reggersi nel tempo.

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