Nell’ospedale di Gerusalemme e poi di Rodi e Malta, i Cavalieri di San Giovanni svilupparono una farmacopea sorprendentemente sofisticata. Tra le piante orientali e le conoscenze arabe, nacque una medicina del dolore che anticipa alcune intuizioni della modernità.
Nell’ospedale di Gerusalemme fondato dagli Ospitalieri nell’XI secolo, la cura del dolore era una preoccupazione centrale e quotidiana. I frati infermieri — precursori dei moderni operatori sanitari — si confrontavano ogni giorno con piaghe, ferite di guerra, malattie infettive e i dolori cronici dei pellegrini giunti da ogni angolo del mondo cristiano. Per lenire le sofferenze, attinsero a un sapere medico che era la straordinaria sintesi di tre tradizioni: quella greco-romana di Galeno e Dioscoride, quella araba di Avicenna e Ibn Rushd, e quella empirica accumulata generazione dopo generazione negli ospedali del Mediterraneo.
«Più cuore in quelle mani» — il motto di San Camillo risuona attraverso i secoli. Ma in quelle mani medievali c’era anche una scienza, imperfetta e coraggiosa, del lenire il dolore.
Il rimedio più potente contro il dolore acuto era l’opium, estratto dal lattice essiccato del papavero da oppio (Papaver somniferum). Gli Ospitalieri ne conoscevano l’uso attraverso la mediazione araba: il medico persiano Avicenna nel suo Canone della Medicina — testo fondamentale nelle scuole mediche medievali — descriveva con precisione la dose di oppio necessaria per sedare il dolore senza causare la morte del paziente. Nell’ospedale di Gerusalemme, e poi in quelli di Rodi e Malta, l’oppio veniva somministrato in bevande miste con aceto, vino o miele, oppure applicato localmente come unguento, disciolto in grasso animale.
Accanto all’oppio, un ruolo di primo piano spettava alla triaca — letteralmente «antidoto» — una preparazione farmaceutica di straordinaria complessità che poteva contenere fino a sessantaquattro ingredienti diversi. La triaca veneziana, prodotta a Venezia e commerciata in tutto il Mediterraneo, era considerata la panacea universale: si credeva che curasse i morsi di serpente, le febbri, i dolori articolari e persino la peste. Gli Ospitalieri ne erano tra i maggiori acquirenti e distributori, e la Sacra Infermeria di Malta divenne nel Seicento uno dei centri di produzione della triaca più rinomati d’Europa.
Non mancavano rimedi vegetali più semplici: la mandragora (Mandragora officinarum), le cui radici contengono alcaloidi con proprietà narcotiche e antidolorifiche, era usata soprattutto come anestetico prima delle operazioni chirurgiche. Il giusquiamo nero (Hyoscyamus niger) e la belladonna venivano impiegati per le loro proprietà sedative. L’uso combinato di queste piante — quello che oggi chiameremmo «approccio multimodale al dolore» — era già praticato nell’ospedale degli Ospitalieri secoli prima che la farmacologia moderna lo teorizzasse.










