Camionisti e pescatori in piazza: la crisi non è soltanto una questione di carburante. È una questione di dignità.
Stiamo vivendo una crisi che è il frutto di anni di cattiva gestione politica. È la crisi di un lavoro che perde dignità, di un modo di pensare in cui è venuto meno il senso della persona. Quando si costruiscono i progetti finanziari e politici, al centro non c’è più il bisogno dell’essere umano, ma il calcolo monetario. Siamo diventati ingranaggi di poco valore, parte di un organismo che si trascina a forza dell’egoismo umano e che ha trasformato questa terra in un luogo senza protezione, senza diritti o, peggio, con falsi diritti.
Da dove nasce il diritto
Il diritto nasce dalla necessità di regolare i comportamenti umani e di garantire a ogni persona la possibilità di muoversi nel mondo nel rispetto degli altri. In termini kantiani, la mia libertà finisce dove comincia quella dell’altro.
Oggi i termini si sono ribaltati. Esiste una libertà senza limiti, in cui c’è chi crede di potersi espandere a danno degli altri; e c’è chi quella libertà l’ha persa, perdendo persino il diritto di calpestare la propria terra. Dove andremo a finire?
Una responsabilità che comincia da noi
Una responsabilità c’è, ed è prima di tutto personale. Non possiamo scaricare ogni colpa sui potenti: la ritroviamo in noi stessi, nel momento in cui ci permettiamo di vivere in questo modo.
Non si tratta di ribellarsi, né di scendere in piazza, né di fare la guerra. Si tratta di avere cura della propria persona, di non accettare di servire chi sfrutta, di cominciare a chiederci perché siamo qui e dove stiamo andando.
Che cosa chiedono davvero
I camionisti che protestano, i pescatori, non chiedono soltanto diritti: chiedono di essere riconosciuti come esseri umani. Senza di loro un sistema, il vecchio sistema, potrebbe saltare. E allora? Potrebbe cominciare qualcosa di più sano, che non sottostia ai controlli, al servilismo, alla schiavitù mentale e psicologica voluta dal consumismo e dalla dittatura del mercato.
Dove sta la responsabilità? Sta nel fidarsi dell’ignoto e nel non ripetere che, se non possiamo più lavorare, non troveremo un altro lavoro. Semmai, non possiamo più lavorare alle loro condizioni: questo sì. Quel tempo è finito. Se ne prendiamo atto senza paura dell’ignoto, un’altra umanità è possibile.
I fatti
Ma ecco che cosa è accaduto secondo le cronache. Dal 16 ottobre gli autotrasportatori del Sud (Sicilia, Calabria, Puglia) hanno fermato i mezzi. Secondo Avvenire, il gasolio è salito di 0,35 euro al litro da febbraio, superando i 2,16 euro a settembre; per un camion che percorre circa 100.000 chilometri l’anno le perdite arrivano intorno ai mille euro al mese. Pesano anche i costi dei traghetti sullo Stretto (fino a 700 euro a viaggio per un camion) e il mancato pagamento di un contributo per il trasporto marittimo.
I pescatori hanno scioperato il 22 ottobre: a Manfredonia nessun peschereccio è uscito, e sono state ricordate la crescita del gasolio da circa 65 centesimi a quasi 1,50 euro e la riduzione della flotta da 450 a 130 pescherecci dagli anni Novanta. In Sicilia il comitato dei trasporti ha revocato il fermo il 20 ottobre, dopo un’intesa con il ministro Salvini: tra i punti, lo sblocco di circa 104 milioni di arretrati per il trasporto marittimo, 430 milioni di credito d’imposta sul gasolio e un posto stabile del comitato ai tavoli sui trasporti. Restano aperte la proroga del credito e gli aiuti per i traghetti. Il governo ha poi portato gli aiuti a camionisti, agricoltori e pescatori a 540 milioni, secondo Euronews, che ha anche riferito di scaffali vuoti nei supermercati del Sud.
Una parte dei lavoratori, dunque, ha ottenuto risposte. Ma la domanda posta da queste voci rimane aperta, perché non riguarda soltanto il prezzo del gasolio.










