Equinozio e vendemmia: la festa del raccolto e la legge del seme

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Dalla luce che si fa uguale al buio, ai palmenti siciliani di una volta. Il significato profondo di ciò che si raccoglie

Alla fine di settembre il giorno e la notte hanno la stessa durata: è l’equinozio d’autunno. In questo istante di equilibrio la luce comincia a cedere il passo al buio. Per i contadini era il segnale che il lavoro dell’anno stava giungendo a compimento. Nei campi era tempo di raccolta, e per la vite era tempo di vendemmia.

Una festa di famiglia e di paese

In Sicilia la vendemmia è stata a lungo una vera festa. Un tempo il periodo della vendemmia era una festa continua: ci si ritrovava nei vigneti con conoscenti o estranei, in un clima di allegria sostenuto da musiche, canti e balli popolari. Nei paesi il capo dei vendemmiatori dava il comando, le ceste finivano in spalla e, in fila indiana, si andava verso il palmento. Era la vasca larga e poco profonda dove si pigiava l’uva e fermentava il mosto.

Il pigiatore lavorava a piedi nudi, tenendosi a una corda appesa al soffitto e spingendo l’uva con un forcone. Dopo il rosario partivano i canti e i balli per una o due ore, accompagnati da cembali, zufoli, pifferi e cornamuse. Il mosto veniva poi spillato a San Martino, l’11 novembre, secondo il proverbio ricordato da Pitrè: “quannu ogni mustu è vinu”.

I bambini

Per i bambini la vendemmia era un gioco con qualche responsabilità. Chi l’ha vissuta la ricorda così: ai piccoli era concesso assistere alla pigiatura solo per poco, poi veniva affidato loro un compito che li teneva occupati per il resto della giornata. Restano nella memoria le mani appiccicose di succo e i grappoli spariti misteriosamente prima di arrivare nei cesti. Nel cortile del palmento si allestivano tavole di fortuna per il pranzo dei vendemmiatori. A fine giornata il padrone del vigneto era solito regalare alcuni grappoli ai vendemmiatori. Una parte del mosto si faceva bollire con cenere e foglie aromatiche, per liquori e dolci.

Il senso simbolico

Ma cos’è il raccolto, se non prendere ciò che si è seminato? La vendemmia è la prova di questa legge. Il Vangelo parla di un seme che dà frutto “il cento per uno”. Il buon seme, cioè il bene, si moltiplica e ritorna centuplicato nel mondo. Vale anche il contrario. Chi semina male non se ne accorge subito, ma ha messo nel proprio campo un’azione che darà comunque i suoi frutti, e che prima o poi si riverbera contro di lui. Nessun gesto va perso, né il buono né il cattivo.

La vendemmia ci insegna anche come si vive il frutto del proprio lavoro. Si raccoglie insieme e si condivide la tavola. Il grappolo diventa vino e il vino diventa festa comune. Per chi ha vocazione cavalleresca è un richiamo semplice: seminare bene, ogni giorno, sapendo che il raccolto sarà di tutti.

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