L’Arte di Guarire: la Medicina nell’Ospedale dei Cavalieri

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Tra erboristeria medievale, chirurgia araba e tradizioni ippocratiche: come i Cavalieri di Malta curavano i corpi dei poveri e dei pellegrini

Il Grande Ospedale di Malta — la Sacra Infermeria de La Valletta, fondata nel 1574 — era, al momento della sua apertura, uno degli istituti medici più avanzati d’Europa. Capace di ospitare fino a 900 letti in una sola sala continua (la cosiddetta Sala dei Malati, lunga 155 metri), disponeva di personale specializzato, di una farmacia propria, di diete differenziate per i malati e di un sistema di raccolta delle acque piovane per garantire l’igiene. Ma prima di questo capolavoro rinascimentale, per secoli i Cavalieri curarono i loro pazienti con i mezzi di cui disponevano: erbe, preghiere, ferri chirurgici e una straordinaria apertura verso le conoscenze arabe.

La farmacologia delle erbe

Il sapere erboristico medievale si fondava su tre pilastri: la tradizione greco-romana (Dioscoride, Galeno), i trattati arabi (Avicenna, Ibn Rushd) e l’esperienza empirica accumulata nei secoli dalle comunità monastiche. I Cavalieri di San Giovanni, ospitando pazienti di ogni provenienza e operando in contesti geografici diversissimi — Palestina, Cipro, Rodi, Malta — svilupparono una competenza erboristica particolarmente ricca e multiculturale.

Tra i rimedi più utilizzati: l’assenzio per le febbri malariche, il rosmarino come antisettico e tonico, la camomilla per le infiammazioni intestinali, il mirto per le ferite purulente, l’aloe per le ustioni da sole e da fuoco (frequenti nei combattimenti navali). Il miele — già citato come alimento — era considerato un medicamento di primissimo ordine: applicato sulle ferite, ne rallentava la putrefazione grazie alle sue proprietà antibatteriche, che oggi la scienza spiega con la presenza di perossido di idrogeno.

La chirurgia da campo

Le battaglie navali producevano feriti di ogni tipo: amputazioni da sciabola, ferite da freccia, fratture da caduta, ustioni da olio bollente versato sul nemico. I Cavalieri svilupparono una pratica chirurgica di campo notevolmente evoluta per i loro tempi. I chirurghi dell’Ordine — molti dei quali formatisi nelle università di Salerno, Bologna o Montpellier — usavano tecniche di emostasi (arresto delle emorragie) che includevano la cauterizzazione con ferro rovente, la legatura dei vasi con filo di seta e la compressione con stoppa o ovatta di cotone.

Le amputazioni erano praticate con strumenti specifici (le seghe chirurgiche sono documentate negli inventari dell’Ospedale) e il paziente veniva talvolta sedato con una spugna imbevuta di una miscela di oppio, cicuta e mandragola — il cosiddetto soporifer (spugna soporifica), un anestetico rudimentale ma reale, già noto ai medici arabi. Il recupero dipendeva quasi interamente dalla resistenza del paziente e dall’igiene della ferita, molto spesso affidata a quelle erbe di cui si è detto.

La teoria degli umori e la dieta terapeutica

La medicina medievale era dominata dalla teoria degli umori ippocratica, mediata da Galeno: ogni malattia derivava da uno squilibrio tra i quattro umori fondamentali — sangue, flemma, bile gialla e bile nera. La terapia consisteva nel ristabilire l’equilibrio attraverso salassi, purghe, diete controllate e medicamenti di temperamento opposto a quello dell’umore in eccesso. Nelle Costituzioni dell’Ordine era esplicitamente prevista una dieta differenziata per i malati: ai febbricitanti si dava brodo leggero di pollo, ai convalescenti carne e vino, agli anziani alimenti morbidi e facilmente digeribili.

Un dettaglio che colpisce ancora oggi è la disposizione, nell’Ospedale di Malta, di stoviglie d’argento per la somministrazione dei pasti ai malati: non era un vezzo aristocratico, ma una precauzione igienica intuitiva. L’argento, come sappiamo oggi, ha proprietà oligodinamiche (batteriostatiche) e la sua scelta, pur non spiegabile scientificamente all’epoca, riflette una saggezza pratica accumulata dall’esperienza.

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