C’è un momento, quando si atterra per la prima volta in Brasile, in cui ci si accorge che tutte le immagini che ci eravamo fatti di questo paese – il Carnevale di Rio, la foresta amazzonica, Pelé, le spiagge di Copacabana – sono vere, e al tempo stesso assolutamente insufficienti a raccontare la realtà. Il Brasile è grande come un continente, vario come un mondo intero, e capace di sorprendere anche chi ci è stato molte volte. Dopo la missione brasiliana dell’Ordine OSJ del 2 maggio 2026, La Scudo ha voluto restituire ai propri lettori un ritratto di questo paese straordinario.
Il paese più grande dell’America Latina
Il Brasile è il quinto paese più grande del mondo per superficie: 8,5 milioni di chilometri quadrati, quasi trenta volte l’Italia. Confina con dieci dei dodici paesi del Sudamerica (fanno eccezione soltanto Ecuador e Cile) e si affaccia sull’Oceano Atlantico con una costa di oltre 7.000 chilometri. Ha una popolazione di circa 215 milioni di abitanti – la settima al mondo – distribuita in modo molto disomogeneo: la grande maggioranza vive lungo la costa orientale, mentre l’interno – soprattutto la vasta regione amazzonica – rimane in gran parte disabitato.
Il paese è suddiviso in 26 stati e un Distretto Federale (Brasília), raggruppati in cinque macroregioni con caratteristiche geografiche, climatiche e culturali profondamente diverse tra loro: il Nord amazzonico, il Nordest semi-arido e caraibico, il Centro-Ovest del Cerrado e del Pantanal, il Sudest urbanizzato e industrializzato, il Sud subtropicale di influenza europea.

Una storia di incontri e meticciato
La storia del Brasile inizia ufficialmente il 22 aprile 1500, quando la flotta portoghese di Pedro Álvares Cabral approdò sulle coste di quello che oggi è lo stato di Bahia. Ma il territorio era già abitato da centinaia di popoli indigeni, con lingue, culture e organizzazioni sociali radicalmente diverse tra loro: si stima che al momento dell’arrivo dei Portoghesi vivessero in Brasile tra i due e i quattro milioni di indigeni.
La colonizzazione portoghese fu caratterizzata dalla coltivazione della canna da zucchero (prima) e del caffè (poi), attività che richiese un immane apporto di manodopera schiavile: tra il XVI e il XIX secolo, il Brasile importò dall’Africa subsahariana oltre quattro milioni di schiavi – il numero più alto di qualsiasi altro paese americano. Questa storia lasciò nel tessuto della nazione una profonda impronta culturale e demografica: la cultura afro-brasiliana è oggi una delle componenti fondamentali dell’identità nazionale.
Nel corso del XIX e del XX secolo, immigrazioni di massa dall’Europa (italiani, tedeschi, spagnoli, polacchi), dal Giappone e dal Medio Oriente si sovrapposero ulteriormente al già complesso mosaico etnico. Il risultato è una nazione che non assomiglia ad alcun’altra: meticcia per definizione, multiculturale per storia, sincretica per vocazione.
La lingua, la religione, il carattere
Il portoghese brasiliano – diverso dal portoghese europeo per fonetica, lessico e cadenza – è la lingua ufficiale e madre di praticamente tutti i brasiliani. Ma nel paese si parlano anche oltre 180 lingue indigene ancora vive, oltre al talian (dialetto veneto) nel Sud, al pomerano nel Nordest, e a numerosi altri idiomi portati dalle comunità immigrate.
Il Brasile è il paese con il maggior numero di cattolici al mondo in termini assoluti, ma la religiosità brasiliana è tutt’altro che monodimensionale: l’Evangelismo pentecostale è in forte crescita (si stima che i protestanti siano oggi circa il 30% della popolazione), mentre religioni di origine africana come il Candomblé e l’Umbanda sono parte integrante e viva del paesaggio spirituale nazionale. Il Brasile è anche il paese con la più grande comunità spiritista del mondo.
Il carattere brasiliano è difficile da sintetizzare senza scivolare nel cliché. Eppure alcuni tratti ricorrono nella testimonianza di tutti coloro che hanno avuto il privilegio di frequentare questo popolo: la cordialità immediata, quella capacità di aprirsi all’altro che i brasiliani chiamano jeitinho e che non è soltanto simpatia ma una vera filosofia relazionale. La gioia di vivere, la creatività, la capacità di trovare un ritmo – nel senso proprio del termine, musicale – anche nelle circostanze più difficili.

La natura: il patrimonio più grande
Il Brasile ospita il 10% di tutta la biodiversità del pianeta. L’Amazzonia, da sola, copre il 40% del territorio nazionale con la più grande foresta tropicale del mondo: 5,5 milioni di chilometri quadrati, casa di oltre 40.000 specie vegetali, 1.300 specie di uccelli, 3.000 specie di pesci d’acqua dolce e un numero ancora imprecisato di specie animali non ancora catalogate dalla scienza.
Ma la biodiversità brasiliana non si esaurisce nell’Amazzonia. Il Cerrado – la savana tropicale del Centro-Ovest – è il bioma più ricco del mondo per numero di specie endemiche. Il Pantanal, che si estende tra Brasile, Bolivia e Paraguay, è la più grande zona umida del pianeta e uno dei luoghi migliori al mondo per l’osservazione della fauna selvatica. La Mata Atlântica, la foresta atlantica che un tempo copriva tutta la costa orientale, è oggi ridotta a meno del 15% della sua estensione originale, ma rimane uno dei punti caldi di biodiversità più importanti del pianeta.
Le città: Rio, São Paulo, Brasília e il resto
São Paulo è la città più grande del Brasile e una delle metropoli più grandi del mondo: oltre 22 milioni di abitanti nell’area metropolitana, la terza concentrazione urbana del pianeta. È il motore economico del paese, sede delle maggiori banche e industrie, con un’offerta culturale – musei, gallerie, teatri, ristoranti – di altissimo livello internazionale. Qui vive la comunità italiana più grande al mondo, moltissimi di essi sono di origine calabrese.
Rio de Janeiro è la città che si mmagina quando si pensa al Brasile: il Cristo Redentore, le spiagge di Ipanema e Copacabana, il Carnevale, il Maracanã. Ma Rio è anche una città di contraddizioni profonde, dove le bellezze naturali convivono con le favelas e con le disuguaglianze più acute del paese.
Brasília – la città che la delegazione dell’Ordine OSJ ha avuto il privilegio di visitare – è la terza grande metropoli del paese, con oltre 3 milioni di abitanti nel Distretto Federale. Costruita dal niente in soli quarantuno mesi (1956–1960) per volontà del presidente Kubitschek, è l’unica capitale moderna al mondo ad essere stata dichiarata nella sua interezza Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Un esperimento urbanistico e architettonico senza precedenti, figlio del sogno modernista di costruire il futuro qui, adesso, in mezzo al Cerrado.

Il Brasile che abbiamo incontrato
Raccontare il Brasile in poche pagine è un’impresa destinata all’incompletezza. Ma forse la cosa più vera che si possa dire di questo paese – dopo averlo incontrato attraverso l’ospitalità del Gran Priore Franco Nicoletti, la solennità della Cattedrale di Niemeyer, la grandiosità dello Stadio Mané Garrincha, la musica dello Sinfónico al Teatro Nazionale – è questa: il Brasile non si guarda. Si sente.
Si sente nel ritmo della bossa nova che filtra da una finestra aperta. Si sente nel calore di una stretta di mano che dura un secondo più del necessario, perché l’altro vuole davvero sapere come stai. Si sente nella cerimonia dove uomini e donne pronunciano un giuramento antico, perché sanno il peso di quello che stanno promettendo.
Un paese che ama con eccesso, soffre con dignità e celebra la vita con una gioia che sembra quasi sfacciata, finché non capisci che quella gioia è dura come il granito, costruita sopra secoli di fatica e di dolore. Il Brasile, in fondo, è la dimostrazione vivente che dai contrasti più violenti può nascere la bellezza più autentica. Ed è questa la lezione più profonda che l’Ordine di San Giovanni porta a casa da Brasília: che servire, sempre, vale la pena.










