Quarto Gran Maestro degli Ospitalieri, uomo di ferro e di fede, Rogero de Molins guidò l’Ordine nei momenti più bui della Terrasanta. La sua lettera all’Occidente dopo la disfatta di Hattin è un documento straordinario di coraggio spirituale.
Tra le figure dei Cavalieri Ospitalieri che il tempo ha relegato in un’ombra immeritata, Rogero de Molins occupa un posto di singolare grandezza. Eletto Gran Maestro dell’Ordine di San Giovanni intorno al 1177, guidò la Fraternità in uno dei periodi più drammatici e cruciali della presenza crociata in Terrasanta, quello che avrebbe culminato con la catastrofica sconfitta di Hattin nel luglio 1187.
Quando il regno di Gerusalemme crollava, Rogero de Molins fu tra i pochissimi che trovarono la forza non solo di sopravvivere, ma di testimoniare — e di chiamare l’Occidente a rispondere.
Figlio della Provenza e cavaliere di provata fedeltà, Rogero comprese fin dai primi anni del suo magistero che l’Ordine era chiamato a svolgere un ruolo doppio e inseparabile: quello militare, a difesa dei pellegrini e dei luoghi santi, e quello ospitaliero, al servizio dei malati e dei poveri. Proprio questa duplice vocazione — spada e bende, forza e tenerezza — costituisce l’essenza profonda dell’identità giovannita che Rogero incarnò con rara coerenza.
La battaglia di Hattin, il 4 luglio 1187, fu un massacro. L’esercito crociato, guidato dal re Guido di Lusignano in modo disastroso, fu annientato da Saladino. Gli Ospitalieri combatterono con il loro consueto coraggio, ma la disfatta fu totale. Rogero de Molins riuscì a salvarsi e, nei mesi immediatamente successivi, compì qualcosa di straordinario: scrisse una lettera all’Occidente cristiano nella quale descriveva la catastrofe con un realismo privo di retorica, invocando aiuto ma senza smarrire la fede nella provvidenza divina.
Quella lettera — conservata in vari archivi medievali e studiata dagli storici delle Crociate — è un documento umano commovente. Rogero non minimizzava l’orrore: nomi di Cavalieri caduti, ospedali rasi al suolo, malati abbandonati. Ma al fondo di ogni sua riga vibrava quella certezza teologica che aveva sorretto l’Ordine sin dalla sua fondazione: il servizio ai poveri e ai malati non è una scelta contingente, ma una vocazione indistruttibile.
Rogero de Molins morì nel 1187, probabilmente poco dopo aver scritto la sua lettera, in circostanze che le fonti non chiariscono con precisione. La sua memoria vive nei documenti che seppe lasciare, nella fermezza con cui seppe tenere unita la Fraternità nel momento della prova, e nell’esempio di un Grande Maestro che non confuse mai la sconfitta militare con la sconfitta spirituale.










