Il Brasile si prepara alla Semana Santa, tra Fede e Sincretismo storico

Elena Grasso
Elena Grasso - EG Communication
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Come il Paese più cattolico del mondo celebra la Passione di Cristo

Il Brasile è, per numero di fedeli, il Paese cattolico più grande del mondo. Ma dire che il Brasile è cattolico non dice ancora tutto: dice poco della spiritualità profonda, fisica, collettiva che questo popolo porta dentro di sé, e ancora meno del modo in cui quella spiritualità si esprime durante la Settimana Santa — la Semana Santa — che nel calendario brasiliano è l’evento religioso più importante dell’anno, più del Natale, più del Carnevale.

Perché il Carnevale e la Semana Santa, in Brasile, non si contraddicono. Si completano. Il Carnevale — che inizia il mercoledì delle ceneri e finisce quaranta giorni prima di Pasqua — è l’esplosione della vita prima del silenzio. E la Semana Santa è il silenzio che prepara la resurrezione. Sono le due facce della stessa anima brasiliana: esuberante e devota, carnale e spirituale, festosa e capace di una raccolta intensità religiosa che sorprende chiunque la osservi da fuori.

Un Paese, mille modi di pregare

Anche quest’anno, il Brasile si preparaa celebrare, in modi profondamenti diversi da regione a regione, la Semana Santa. Nel nord-est arido e povero del Pernambuco, le strade di piccoli villaggi si riempiono di processioni di fedeli scalzi che portano croci di legno sotto un sole implacabile. A Belém, nel profondo Amazzonia, lunghe processioni serali attraversano il percorso tra sette chiese storiche del centro coloniale, al lume dei ceri. A Ouro Preto, nell’elegante Minas Gerais, le strade lastricate del centro barocco vengono ricoperte nella notte del Sabato Santo di intricati tappeti di segatura colorata, chicchi di caffè e petali di fiori — mosaici sacri, realizzati in poche ore, destinati a durare poche ore: l’alba porta le processioni della domenica e i passi dei fedeli li calpestano, li sciolgono, li restituiscono alla terra.

A Salvador de Bahia, dove la presenza africana è più forte, la Settimana Santa si intreccia con tradizioni del Candomblé, la religione afrobrasiliana, in sincretismi affascinanti e discussi che testimoniano come il cattolicesimo brasiliano non sia mai stato una fede monolitica, ma piuttosto una conversazione continua tra culture, storie, sensibilità diverse.

Nova Jerusalém: il più grande teatro a cielo aperto del mondo

Ma c’è un luogo in cui la Semana Santa brasiliana raggiunge le sue dimensioni più grandiose, più teatrali, più stupefacenti: Fazenda Nova, un piccolo villaggio del Pernambuco a 180 chilometri da Recife, dove ogni anno si svolge la Paixão de Cristo de Nova Jerusalém — la Passione di Cristo di Nuova Gerusalemme.

L’idea nacque nel 1951 quando Epaminondas Mendonça, commerciante e leader locale, lesse su una rivista di come gli abitanti di Oberammergau, in Baviera, mettessero in scena ogni anno la Passione di Cristo, e decise di fare qualcosa di simile nelle strade del suo villaggio. Nei decenni successivi, quella piccola rappresentazione popolare si trasformò in uno degli spettacoli religiosi più imponenti del pianeta.

Oggi Nova Jerusalém è una vera e propria città-teatro: 100.000 metri quadrati cinti da mura di pietra alte quattro metri con settanta torri, nove palcoscenici a cielo aperto che riproducono i luoghi della Passione — il palazzo di Erode, il Pretorio di Pilato, il Golgota — costruiti con una cura architettonica e scenografica da fare invidia a qualsiasi produzione hollywoodiana. L’evento ha già radunato, nel corso dei decenni, oltre quattro milioni di spettatori.

Ogni anno, durante la Settimana Santa, cinquanta attori professionisti — molti tra le stelle della televisione brasiliana — si alternano con quattrocento figuranti reclutati tra gli abitanti del villaggio per dare vita alla storia della Passione. Il pubblico, fino a diecimila persone per sera, segue lo spettacolo camminando tra i palchi, passando fisicamente da una scena all’altra, immerso in quella storia come se la stesse vivendo.

Il Venerdì Santo: giorno sacro da sempre

In Brasile, il Venerdì Santo è giorno festivo nazionale. Una tradizione che affonda le radici nel periodo schiavista, quando era l’unico giorno dell’anno in cui agli schiavi era consentito non lavorare, in segno di rispetto per la morte di Cristo. Quella memoria dolorosa e quella devozione si sono intrecciate indissolubilmente: il Venerdì Santo brasiliano porta in sé sia la fede nella redenzione cristiana che il ricordo di chi attendeva, in quella festa religiosa, l’unico respiro di libertà.

In molte regioni del nord-est, il Venerdì Santo è ancora vissuto con usanze antiche e bizzarre agli occhi di un europeo: in alcuni luoghi è tradizione non fare la doccia o non pettinarsi in segno di lutto; in altri si evita di usare coltelli o forbici; altrove si mangia solo pesce, in rigido digiuno da carne. Sono riti minori, spesso dimenticati dalle nuove generazioni urbane, ma che ancora sopravvivono nelle comunità rurali come tracce di un tempo in cui la fede permeava ogni gesto quotidiano.

La Semana Santa, tra fede e folklore popolare

Osservare la Semana Santa brasiliana è un’esperienza che mette alla prova le categorie con cui spesso pensiamo alla religione. Non c’è qui la separazione europea tra devozione privata e vita pubblica, tra rito liturgico e folklore popolare, tra spiritualità autentica e spettacolo. In Brasile tutto convive: la processione solenne e il tappeto di segatura colorata, la messa in cattedrale e la Passione con gli effetti speciali, il silenzio della preghiera e la folla che cammina tra i palcoscenici di Nova Jerusalém.

È una fede che non ha paura del corpo, né della teatralità, né della mescolanza. È una fede che occupa le strade, che chiama le persone fuori dalle case e le mette insieme sotto il cielo aperto, e la Pasqua non un evento interiore e privato, ma un avvenimento che riguarda il mondo, che chiede di essere vissuto insieme, che ha bisogno — per spiegare tutta la sua forza — della presenza degli altri.

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