Ogni anno, quando Catania si riempie del grido “Semu tutti devoti tutti” e il fercolo di Sant’Agata attraversa le strade illuminate, c’è una memoria antica che si risveglia. È il legame tra la giovane martire e i Cavalieri di Malta, un filo che attraversa i secoli senza spezzarsi mai.
Sant’Agata, martire cristiana del III secolo, è venerata come patrona di Catania sin dall’antichità. La sua protezione sulla città si manifestò in modo prodigioso durante l’eruzione dell’Etna del 1669, quando il velo della Santa venne posto davanti alla lava incandescente, arrestandone miracolosamente l’avanzata.
I Cavalieri di Malta, presenti in Sicilia fin dal Medioevo, hanno sempre nutrito particolare devozione verso Sant’Agata. L’Ordine, nato per proteggere i pellegrini e assistere gli infermi, riconosceva nella giovane martire catanese un esempio luminoso di fede incrollabile e di dedizione agli altri.
Agata aveva solo quindici anni quando scelse la fede contro il potere. Torturata, martirizzata, eppure incrollabile. La Santa, infatti, oltre ad essere simbolo di purezza e coraggio di fronte alla persecuzione, è anche invocata come protettrice contro le malattie, particolarmente quelle legate al seno, in memoria delle sue ferite. I Cavalieri hanno sempre riconosciuto in lei lo stesso spirito che li anima: resistere quando tutto spinge ad arrendersi, proteggere quando sarebbe più facile voltarsi dall’altra parte.
Durante il periodo della presenza dell’Ordine a Malta (1530-1798), i legami con la Sicilia e con Catania si intensificarono. I Cavalieri partecipavano alle celebrazioni agatine e contribuivano al mantenimento delle opere pie legate al culto della Santa.
Oggi, la Confederazione dei Gran Priorati Autonomi OSJ Knights of Malta continua questa antica tradizione, partecipando ogni anno alle celebrazioni in onore di Sant’Agata. Non si tratta di un semplice ricordo storico, ma di un impegno vivo: i Cavalieri vedono in Agata un modello di testimonianza cristiana e di servizio, valori che costituiscono il cuore della loro missione.
La partecipazione alla processione e l’offerta della cera rappresentano quindi la continuità di un filo rosso che lega passato e presente, unendo la memoria storica dell’Ordine alla vita delle comunità contemporanee.










