Ottobre è finito, e con lui anche le Ottobrate siciliane
Un mese di sagre, di profumi e di colori che hanno animato ogni angolo dell’isola, da Zafferana a Bronte, da Floresta a Rometta.
Ogni domenica, piazze e vie si sono riempite di stand, di voci, di griglie fumanti e di curiosi pronti ad assaggiare tutto: frutta secca, miele, mele, castagne, funghi, pistacchi, pannocchie… un vero ben di Dio.
Un tempo, le sagre erano il simbolo della genuinità: occasione di festa popolare, dove i produttori locali offrivano con orgoglio i loro frutti e le loro ricette.
Oggi, invece, la magia sembra un po’ svanita.
Al suo posto, è subentrato l’affaire economico.
Siamo lontani — anzi, lontanissimi — dai tempi in cui un assaggio era gratuito e un panino costava il giusto.
Oggi, in molte sagre, i prezzi si sono impennati: un panino vale un lingotto e un arancino nemmeno fosse un quattro stelle.
Il risultato?
Le Ottobrate restano belle da vivere, ma non più leggere per il portafoglio.
E così, quella che fino a pochi anni fa era un’occasione per una gita fuori porta, in moto o in auto, è diventata per molti motivo di stress.
Tra file di auto, pulmini stracarichi e parcheggi improvvisati, i visitatori tornano a casa con borse della spesa leggere e tasche vuote: dentro, spesso, un vasetto di miele, un po’ di noci e qualche pezzo di formaggio.
Un piccolo bottino che racconta molto: la voglia di esserci, di assaporare la tradizione, ma anche la disillusione di chi ha visto le feste popolari trasformarsi — ancora una volta — in un affare commerciale.










