ARTE O VANDALISMO? Un giorno a spasso su un treno regionale Catania/Taormina

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Redazione - EG Communication
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Ai tempi d’oggi. Alla stazione di partenza di Taormina in Sicilia, un folto stuolo di turisti accede
all’interno dei vagoni, e subito un mormorio che intendeva protestare che, tutte, e dico tutte le vetrate
dei tre vagoni si presentavano totalmente imbrattati tanto che dall’interno dei vagoni, non era
permesso di godere appieno l’esterna bellezza della costa siciliana. Già, perché quei tre vagoni erano
stati oggetto di attacco di writer/imbrattatori.

Essere un “writer/imbrattatore”, è un modo di dichiararsi ufficialmente portatori malati di una forma molto stupida ed inefficace di ribellione. Non tanto verso la società che ne esce, si, danneggiata, ma verso la cosciente, ma non accettata, carenza di valori e potenzialità personali. Cioè, il triste riconoscere di non aver altro modo che danneggiare gli altri imbrattando con cose indecifrabili. Tutto per accertare a se stessi di esistere, pur senza capacitarsi del come o perché, pur usando un’azione demente. Quindi se non sono un’opera d’arte, sono scarabocchi dei graffitari che tra l’altro solo per ripulirli costano tantissimo, ma anche riverniciarli. Per non parlare dei depositi dei vagoni, luogo prescelto dagli attacchi dei writer/imbrattatori dove occorrerebbe una maggiore vigilanza da chi è preposto a ciò.

Eppure per chi fa graffiti imbrattando muri e/o altro – in questo caso vagoni ferroviari – si prevede una multa da mille a 3mila euro, oltre alla reclusione da sei mesi a 18 mesi. Nei casi in cui si reitera il reato, la multa va fino a 12mila euro mentre il carcere va invece da sei mesi a tre anni. Tuttavia, Trenitalia dovrebbe comunque provvedere al più presto al ripristino di detti vagoni, e se proprio i writers vogliono “giocare” ai fuorilegge, ricordiamo che esistono muri e muri di triste cemento attorno alle ferrovie. I treni però, lasciamoli stare così come sono e smettiamola di dare spazio a chi, nel 99% dei casi, non è un artista ma solo un vandalo.

Massimo Scuderi

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