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	<title>Editoriali Archivi - Lo Scudo Magazine</title>
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	<description>La notizia che ti aspetti</description>
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	<title>Editoriali Archivi - Lo Scudo Magazine</title>
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		<title>Dirsi cristiani: quando la parola assume significato sostanziale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Aug 2026 08:47:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Riflessioni sulla libertà, il perdono e lo specchio che l&#8217;altro ci restituisce di noi stessi Cosa significa davvero essere liberi? La libertà che è stata data all&#8217;uomo dovrebbe, a prescindere da ogni definizione aprioristica, avere come finalità lo scioglimento da ogni costrizione. Ma la libertà spesso non si riceva e basta, in quanto si tratta [&#8230;]</p>
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<h3 class="wp-block-heading">Riflessioni sulla libertà, il perdono e lo specchio che l&#8217;altro ci restituisce di noi stessi</h3>



<h4 class="wp-block-heading"><em>Cosa significa davvero essere liberi? <strong>La libertà che è stata data all&#8217;uomo dovrebbe, a prescindere da ogni definizione aprioristica, avere come finalità lo scioglimento da ogni costrizione. Ma la libertà spesso non si riceva e basta, in quanto si tratta di una conquista: il riconoscimento di se stessi</strong>.<strong> Dirsi cristiani non può essere una parola riservata alle occasioni formali, alle cerimonie, alle pagine dei libri sacri. È, o dovrebbe essere, un modo di stare al mondo.</strong></em></h4>



<p class="wp-block-paragraph">Quinid, che cosa significa davvero essere cristiani? Non certo nutrire sentimenti di vendetta o di rancore, che restano, ancora oggi, tra le cause prime delle guerre e delle crisi che attraversano il pianeta. Se ciascuno di noi accettasse anche solo in minima parte di prendersi la propria responsabilità — di sentire il peso della propria singolarità non come un fardello, ma come un contributo necessario a un&#8217;umanità migliore — qualcosa, nel mondo, potrebbe davvero cambiare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure ci alziamo, troppo spesso, con l&#8217;idea di vincere una battaglia, di riscattarci da un&#8217;offesa ricevuta. E intanto continuiamo a dirci cristiani. Ma essere cristiani implica, prima di ogni altra cosa, il perdono. Il più grande dei profeti, Gesù, da cui è nata la Chiesa, ammonisce con chiarezza l&#8217;offesa verso il prossimo, perché la riconosce come frutto di un pensiero malvagio — e il pensiero malvagio, in sé, è già il male. . </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il disordine non abita solo il mondo esterno: abita, prima di tutto, dentro di noi. Ed è solo riconoscendolo che l&#8217;uomo può accorgersi del proprio bisogno di Dio. Finché questo non accade, non c&#8217;è ordine né pace possibile nella propria vita, perché l&#8217;ego maschera quel bisogno, e nel farlo crea fratture spesso insanabili. Viviamo, in gran parte, nell&#8217;ignoranza di noi stessi: gli uomini di questo tempo stanno perdendo la coscienza e la capacità critica, e questo è un fatto gravissimo, forse il più grave di tutti. Nutrire cattivi pensieri, compiere azioni che provocano sofferenza altrui, significa vivere nel disordine. Da qui, il richiamo al divino che non è altro che inizia dal riportare armonia dento di sé. Dio è ordine, armonia, pace. Che senso ha dirsi cristiani quando non si incarna l&#8217;insegnamento di Cristo?</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;egoismo si è fatto normalità, mascherandosi da legittima difesa dei propri confini, da necessaria istanza di conservazione. È vero, è anche difesa. Ma è una difesa dettata dalla paura — perché questo è, in fondo, un mondo che vive di paura, immerso in essa fino al collo. Se solo riuscissimo a mettere in pratica, anche per un solo istante, il precetto evangelico &#8220;tratta l&#8217;altro come te stesso&#8221;, avremmo molto su cui riflettere. Perché se l&#8217;altro, per me, è soltanto veicolo del mio soddisfacimento, strumento di rivalsa o, peggio, bersaglio del mio odio, allora vuol dire che non amo affatto — nemmeno me stesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quello di Gesù, del resto, non era soltanto un monito: era un&#8217;affermazione oggettiva. Nell&#8217;altro vedo me stesso — è vero, e oggi persino la scienza lo ha confermato, con la scoperta dei neuroni specchio. Se nutro rabbia verso l&#8217;altro, in realtà sono arrabbiato con me stesso. Se non accetto gli altri, è me che non sto accettando, sentendomi diverso, non riconosciuto, non accolto. Come cristiani, dovremmo sentire l&#8217;obbligo di una conoscenza profonda di noi stessi: solo così possiamo davvero comprendere la parola di Cristo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché la parola non è nulla, se non è incarnata. La fede è vuota, se non è sentita. La luce non è vera luce, se non si diventa, a propria volta, luce. E Cristo, prima ancora che un modello da imitare, è una coscienza: quella di essere, ogni giorno, ciò che lui stesso ci ha insegnato a essere.</p>
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		<title>Benedire: l&#8217;atto quotidiano che tutti possiamo compiere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2026 11:24:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa significa davvero benedire? Nell&#8217;immaginario comune la benedizione è un gesto riservato a chi ne ha ricevuto l&#8217;investitura: un sacerdote, un ministro di culto, un&#8217;autorità religiosa. Ma la benedizione, nel suo significato più profondo, è molto di più: è un atto di consacrazione divina che ci è dato per portare luce nel mondo, e non [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Cosa significa davvero benedire?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell&#8217;immaginario comune la benedizione è un gesto riservato a chi ne ha ricevuto l&#8217;investitura: un sacerdote, un ministro di culto, un&#8217;autorità religiosa. Ma la benedizione, nel suo significato più profondo, è molto di più: è un <strong>atto di consacrazione divina</strong> che ci è dato per portare luce nel mondo, e non richiede alcun titolo per essere compiuto. Ogni essere umano, ogni battezzato di Dio, ogni giorno, può benedire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La parola stessa lo racconta: <em>bene-dire</em>, dire bene. Un gesto linguistico prima ancora che rituale, che nel tempo si è caricato di significati sacri senza mai perdere la sua radice più semplice: parlare bene di qualcuno o qualcosa, orientare le parole verso il bene.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma qui si apre una riflessione che vale la pena fare con onestà: <strong>una benedizione pronunciata da un cuore pieno di odio, rancore o tristezza</strong>, è una vera benedizione? Ovviamente no, perché la forma, da sola, non basta. La vera benedizione avviene quando diventiamo strumento di luce autentica — quando abbiamo detto sì alla compassione, quando accogliamo in noi rispetto, umiltà e ascolto. Benedire significa porsi in ascolto e consegnare la persona o la cosa benedetta alla luce.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In un mondo dove la parola viene sempre più spesso usata per colpire invece che per costruire, non stupisce che proliferino millantatori e falsi paladini della verità. Ma di quale verità parliamo? Quella scritta nei documenti, quella dichiarata ufficialmente, o quella che sentiamo nel profondo del cuore? Il dire e il fare di ognuno di noi obbedisce sempre alla verità che scegliamo di ascoltare: non è un dato di fatto, è una <strong>scelta</strong>. Una scelta tra ascoltare il mondo, l&#8217;ego, oppure ascoltare quella parte più autentica di noi stessi in cui abita il divino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Purtroppo è ancora l&#8217;ego a offuscare il cammino di molti uomini. Ma la possibilità di scegliere resta sempre aperta, ogni giorno, a chiunque decida di <em>dire bene</em> — e quindi di benedire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In occasione di questo articolo, riportiamo passo passo le parole di Papa Francesco del 2020 sulla preghiera di benedizione, tratto dal sito Opus Dei &#8211; Vita Cristiana:</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Oggi ci soffermiamo su una dimensione essenziale della preghiera: la <em>benedizione</em>. Continuiamo le riflessioni sulla preghiera. Nei racconti della creazione (cfr <em>Gen</em> 1-2) Dio continuamente benedice la vita, sempre. Benedice gli animali (1,22), benedice l’uomo e la donna (1,28), infine benedice il sabato, giorno del riposo e del godimento di tutta la creazione (2,3). È Dio che benedice. Nelle prime pagine della Bibbia è un continuo ripetersi di benedizioni. Dio benedice, ma anche gli uomini benedicono, e presto si scopre che la benedizione possiede una forza speciale, che accompagna per tutta la vita chi la riceve, e dispone il cuore dell’uomo a lasciarsi cambiare da Dio (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. <em><a href="https://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19631204_sacrosanctum-concilium_it.html">Sacrosanctum Concilium</a></em>, 61).</p>



<p class="wp-block-paragraph">All’inizio del mondo c’è dunque Dio che “dice-bene”, bene-dice, dice-bene. Egli vede che ogni opera delle sue mani è buona e bella, e quando arriva all’uomo, e la creazione si compie, riconosce che è «molto buona» (<em>Gen</em> 1,31). Da lì a poco quella bellezza che Dio ha impresso nella sua opera si altererà, e l’essere umano diventerà una creatura degenere, capace di diffondere nel mondo il male e la morte; ma nulla potrà mai cancellare la prima impronta di Dio, un’impronta di bontà che Dio ha posto nel mondo, nella natura umana, in tutti noi: la capacità di benedire e il fatto di essere benedetti. Dio non ha sbagliato con la creazione e neppure con la creazione dell’uomo. La <em>speranza del mondo</em> risiede completamente <em>nella benedizione di Dio</em>: Lui continua a <em>volerci-bene</em>, Lui per primo, come dice il poeta Péguy (<em>Il portico del mistero della seconda virtù</em>, Jaka Book, Milano 1997), continua a sperare il nostro bene.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La grande benedizione di Dio è Gesù Cristo, è il gran dono di Dio, il suo Figlio. È una benedizione per tutta l’umanità, è una benedizione che ci ha salvato tutti. Lui è la Parola eterna con la quale il Padre ci ha benedetto «mentre eravamo ancora peccatori» (<em>Rm</em> 5,8) dice san Paolo: Parola fatta carne e offerta per noi sulla croce.</p>



<p class="wp-block-paragraph">San Paolo proclama con commozione il disegno d’amore di Dio e dice così: «Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato» (<em>Ef</em> 1,3-6). Non c’è peccato che possa cancellare completamente l’immagine del Cristo presente in ciascuno di noi. Nessun peccato può cancellare quell’immagine che Dio ha dato a noi. L’immagine di Cristo. La può deturpare, ma non sottrarla alla misericordia di Dio. Un peccatore può rimanere nei suoi errori per tanto tempo, ma Dio pazienta fino all’ultimo, sperando che alla fine quel cuore si apra e cambi. Dio è come un buon padre e come una buona madre, anche Lui è una buona madre: non smettono mai di amare il loro figlio, per quanto possa sbagliare, sempre. Mi viene in mente quelle tante volte che ho visto la gente fare la fila per entrare in carcere. Tante mamme in fila per entrare e vedere il loro figlio carcerato: non smettono di amare il figlio e loro sanno che la gente che passa nel bus pensa “Ah, questa è la mamma del carcerato”. Eppure non hanno vergogna di questo, o meglio, hanno vergogna ma vanno avanti, perché è più importante il figlio della vergogna. Così noi per Dio siamo più importanti di tutti i peccati che noi possiamo fare, perché Lui è padre, è madre, è amore puro, Lui ci ha benedetto per sempre. E non smetterà mai di benedirci.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un’esperienza forte è quella di leggere questi testi biblici di benedizione in un carcere, o in una comunità di recupero. Far sentire a quelle persone che rimangono benedette nonostante i loro gravi errori, che il Padre celeste continua a volere il loro bene e a sperare che si aprano finalmente al bene. Se perfino i loro parenti più stretti li hanno abbandonati perché ormai li giudicano irrecuperabili, per Dio sono sempre figli. Dio non può cancellare in noi l’immagine di figlio, ognuno di noi è figlio, è figlia. A volte si vedono accadere dei miracoli: uomini e donne che rinascono. Perché trovano questa benedizione che li ha unti come figli. Perché la grazia di Dio cambia la vita: ci prende come siamo, ma non ci lascia mai come siamo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pensiamo a ciò che ha fatto Gesù con Zaccheo (cfr <em>Lc</em> 19,1-10) per esempio. Tutti vedevano in lui il male; Gesù invece vi scorge uno spiraglio di bene, e da lì, dalla sua curiosità di vedere Gesù, fa passare la misericordia che salva. Così è cambiato dapprima il cuore e poi la vita di Zaccheo. Nelle persone reiette e rifiutate, Gesù vedeva l’indelebile benedizione del Padre. Zaccheo è un peccatore pubblico, ha fatto tante cose brutte, ma Gesù vedeva quel segno indelebile della benedizione del Padre e da lì la sua compassione. Quella frase che si ripete tanto nel Vangelo, “ne ebbe compassione”, e quella compassione lo porta ad aiutarlo e a cambiargli il cuore. Di più, è arrivato a identificare sé stesso con ogni persona bisognosa (cfr <em>Mt</em> 25,31-46). Nel brano del “protocollo” finale sul quale tutti noi saremo giudicati, Matteo 25, Gesù dice: “Io ero affamato, io ero nudo, io ero in carcere, io ero in ospedale, io ero lì…”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A Dio che benedice, anche noi rispondiamo <em>benedicendo &#8211;</em> Dio ci ha insegnato a benedire e noi dobbiamo benedire -: è la preghiera di <em>lode</em>, di <em>adorazione</em>, di <em>ringraziamento</em>. Il <em><a href="https://www.vatican.va/archive/ccc_it/ccc-it_index_it.html">Catechismo</a></em> scrive: «La preghiera di benedizione è la risposta dell’uomo ai doni di Dio: poiché Dio benedice, il cuore dell’uomo può rispondere benedicendo Colui che è la sorgente di ogni benedizione» (<a href="https://www.vatican.va/archive/ccc_it/documents/2663cat669-752.PDF">n. 2626</a>). La preghiera è gioia e riconoscenza. Dio non ha aspettato che ci convertissimo per cominciare ad amarci, ma lo ha fatto molto prima, quando eravamo ancora nel peccato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non possiamo solo benedire questo Dio che ci benedice, dobbiamo benedire tutto in Lui, tutta la gente, benedire Dio e benedire i fratelli, benedire il mondo: questa è la radice della mitezza cristiana, la capacità di sentirsi benedetti e la capacità di benedire. Se tutti noi facessimo così, sicuramente non esisterebbero le guerre. Questo mondo ha bisogno di benedizione e noi possiamo dare la benedizione e ricevere la benedizione. Il Padre ci ama. E a noi resta solo la gioia di benedirlo e la gioia di ringraziarlo, e di imparare da Lui a non maledire, ma benedire. E qui soltanto una parola per la gente che è abituata a maledire, la gente che sempre ha in bocca, anche in cuore, una parola brutta, una maledizione. Ognuno di noi può pensare: io ho questa abitudine di maledire così? E chiedere al Signore la grazia di cambiare questa abitudine perché noi abbiamo un cuore benedetto e da un cuore benedetto non può uscire la maledizione. Che il Signore ci insegni a mai maledire ma a benedire&#8221;.</p>
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		<title>Cosa insegna la storia sulla divisione tra gli uomini: dai grandi fatti alle relazioni quotidiane</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2026 11:04:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La storia, osservata su tempi lunghi, restituisce una costante difficile da ignorare: le fratture più profonde tra comunità umane non nascono quasi mai da un evento isolato, ma da un processo di divisione che si consolida nel tempo, fino a rendere il conflitto l&#8217;esito quasi inevitabile di premesse poste molto prima. Alcuni casi storici lo [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">La storia, osservata su tempi lunghi, restituisce una costante difficile da ignorare: le fratture più profonde tra comunità umane non nascono quasi mai da un evento isolato, ma da un processo di divisione che si consolida nel tempo, fino a rendere il conflitto l&#8217;esito quasi inevitabile di premesse poste molto prima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alcuni casi storici lo mostrano con chiarezza. Lo <strong>Scisma d&#8217;Oriente del 1054</strong> separò la Chiesa d&#8217;Occidente da quella d&#8217;Oriente dopo secoli di tensioni dottrinali e politiche, aprendo una frattura religiosa che non si è mai del tutto ricomposta. Le <strong>guerre di religione</strong> che insanguinarono la Francia tra il 1562 e il 1598, e la <strong>Guerra dei Trent&#8217;anni</strong> (1618-1648) — che coinvolse gran parte dell&#8217;Europa e costò, secondo le stime storiche, tra i 6 e gli 8 milioni di vite — nacquero da divisioni confessionali che si intrecciarono progressivamente con interessi dinastici e territoriali, fino a diventare ingovernabili. Nel Novecento, i nazionalismi esasperati e le contrapposizioni ideologiche contribuirono a condurre l&#8217;Europa in due conflitti mondiali, costati insieme oltre 60 milioni di vite umane. E in tempi più recenti, le infinite guerre, tra cui il <strong>genocidio del Ruanda del 1994</strong> che ha mostrato come una divisione etnica alimentata per decenni possa precipitare, in appena cento giorni, in circa 800.000 morti — spesso per mano di vicini di casa, all&#8217;interno delle stesse comunità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono episodi diversi per epoca, cause e proporzioni, ma condividono un elemento strutturale: in ciascun caso, la divisione precede il conflitto, non lo segue. Il conflitto è l&#8217;esito di una frattura già maturata — nella percezione reciproca, nel linguaggio, nella narrazione che ciascuna parte costruisce dell&#8217;altra.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Dalla grande storia alle relazioni quotidiane.</strong> La stessa dinamica, su scala molto più piccola, si ripete nelle relazioni di ogni giorno: nei rapporti di lavoro, all&#8217;interno delle organizzazioni, nelle comunità locali. Anche qui, i nodi che si creano tra le persone raramente si sciolgono attraverso il rancore o la contrapposizione: tendono piuttosto a cristallizzarsi, riproducendo su scala minore lo stesso meccanismo osservabile nella grande storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un approccio alternativo, più raramente esplorato nella pratica quotidiana, parte da una premessa diversa: di fronte a un evento spiacevole non sempre esiste un colpevole netto e una vittima da un lato e un carnefice dall&#8217;altro. Esistono, più spesso, conseguenze — di azioni, di scelte, di modi di essere che si sono intrecciati nel tempo. In questa prospettiva, la risposta a un torto subito non è la ricerca di una rivalsa, ma qualcosa di più simile a un esame di responsabilità: non nel senso di attribuire colpa a sé o agli altri, ma di chiedersi in che modo si sia contribuito, anche involontariamente, a creare le condizioni di ciò che è accaduto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un modo di guardare ai fatti che non giudica ma osserva, che non colpevolizza ma interroga — e che, va detto con onestà, resta ancora poco praticato, tanto nelle relazioni quotidiane quanto nei grandi processi storici. Il risultato, quando questo sguardo manca, è che epoche diverse finiscono per riprodurre schemi simili: cambiano gli attori, i contesti, le bandiere, ma la struttura del conflitto — divisione che precede rottura, rottura che precede scontro — si ripete con una regolarità che la storia, se la si osserva con attenzione, non fatica a ripetere.</p>
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		<title>Sulla frontiera dell&#8217;assistenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2026 10:09:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Assistere un malato non è soltanto dare: è stare, è sentire, è lasciarsi toccare dall&#8217;umanità di chi soffre senza fuggire da quella consapevolezza C&#8217;è un confine che ogni persona che si prende cura di un altro essere umano attraversa almeno una volta, spesso senza accorgersene. È il confine tra il fare e l&#8217;essere, tra il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h3 class="wp-block-heading"><em>Assistere un malato non è soltanto dare: è stare, è sentire, è lasciarsi toccare dall&#8217;umanità di chi soffre senza fuggire da quella consapevolezza</em></h3>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è un confine che ogni persona che si prende cura di un altro essere umano attraversa almeno una volta, spesso senza accorgersene. È il confine tra il fare e l&#8217;essere, tra il prestare un servizio e l&#8217;entrare in relazione. I Cavalieri di Malta — dalle origini ospedaliere del XI secolo fino alla Confederazione Internazionale dei Gran Priorati Autonomi di oggi — hanno fatto di questo confine il cuore della loro missione. Non come un&#8217;astrazione teologica, ma come pratica quotidiana, concreta, spesso scomoda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Assistere un malato, lo sa chiunque l&#8217;abbia fatto davvero, non è semplicemente somministrare farmaci, cambiare medicazioni, compilare cartelle cliniche. Tutto questo è necessario, indispensabile, ma non è sufficiente. La cura che guarisce — o che consola quando la guarigione non è possibile — passa attraverso qualcosa di più difficile da codificare: la presenza. Essere là. Non guardare l&#8217;orologio. Non distogliere gli occhi quando il dolore si fa visibile sul volto dell&#8217;altro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;empatia non è un talento naturale che si ha o non si ha: è una scelta, rinnovata ogni giorno, di non smettere di guardare l&#8217;altro come se stesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La tradizione cavalleresca parla di questo con una formula antica: vedere in ogni malato il &#8220;Signore&#8221;. Non è retorica religiosa, o non soltanto. È una tecnica di percezione: impone a chi cura di non ridurre l&#8217;altro alla sua malattia, di non vedere un caso, una diagnosi, un numero di letto, ma una persona intera — con una storia, paure, dignità, speranze. È la stessa operazione che la filosofia contemporanea chiama empatia, e che la neuroscienza descrive attraverso i neuroni specchio: la capacità di risuonare con l&#8217;esperienza altrui, di sentire nell&#8217;altro qualcosa che appartiene anche a noi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure l&#8217;empatia, da sola, non basta. Può diventare una trappola se non è accompagnata da quella che gli psicologi chiamano &#8220;distanza compassionevole&#8221;: la capacità di stare accanto al dolore senza esserne sommersi, di portare la sofferenza dell&#8217;altro senza perdersi in essa. I Cavalieri medievali lo sapevano, a modo loro: costruivano ospedali grandi e ben organizzati non per distanziarsi dai malati ma per poter reggere a lungo il peso di quella prossimità. La struttura era al servizio della relazione, non un riparo da essa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi, sulla frontiera dell&#8217;assistenza, i volontari e i professionisti della Confederazione Internazionale si trovano a fare i conti con la stessa tensione. In un&#8217;epoca in cui la medicina tecnologica rischia di trasformare il paziente in una somma di parametri da monitorare, scegliere la prossimità è un atto quasi controcorrente. Significa accettare che la sofferenza dell&#8217;altro ci riguardi, che ci cambi, che ci rimandi qualcosa di essenziale sulla nostra comune fragilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ciò che ci accomuna, alla fine, non è la salute né la forza: è la vulnerabilità. Riconoscerla nell&#8217;altro significa riconoscere se stessi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Assistere davvero — e qui risiede forse il segreto più antico dell&#8217;Ordine — non è un atto di superiorità. Non è il forte che soccorre il debole. È due esseri umani che si incontrano in un punto di verità, dove le maschere cadono e rimane soltanto l&#8217;essenziale: uno che soffre, uno che sceglie di non voltarsi dall&#8217;altra parte. In quel momento, qualcosa passa da uno all&#8217;altro che non è soltanto assistenza sanitaria. È riconoscimento. È umanità che si offre all&#8217;umanità. </p>
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		<title>&#8216;Essere&#8217; o &#8216;fare&#8217; il Cavaliere: Una questione di Stile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Feb 2026 12:38:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>C&#8217;è una domanda che attraversa silenziosamente le stanze di ogni commenda, che aleggia nei momenti solenni delle investiture, che si pone ogni volta che un mantello nero con croce bianca a otto punte scompare dietro la porta di una riunione: cosa rende qualcuno un cavaliere? È sufficiente indossare l&#8217;abito, possedere il titolo, partecipare alle cerimonie? [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è una domanda che attraversa silenziosamente le stanze di ogni commenda, che aleggia nei momenti solenni delle investiture, che si pone ogni volta che un mantello nero con croce bianca a otto punte scompare dietro la porta di una riunione: cosa rende qualcuno un cavaliere? È sufficiente indossare l&#8217;abito, possedere il titolo, partecipare alle cerimonie? O essere cavaliere richiede qualcosa di più profondo, di più radicale, di meno visibile agli occhi ma più evidente nell&#8217;anima?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La distinzione tra &#8220;fare&#8221; il cavaliere e &#8220;essere&#8221; cavaliere non è una sottigliezza linguistica. È una questione di sostanza. È la differenza tra una forma esteriore e un&#8217;identità interiore. Ed è una questione che ogni membro della Confederazione Internazionale dei Gran Priorati Autonomi OSJ Knights of Malta dovrebbe porsi, non una volta, ma continuamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il rischio – antico quanto l&#8217;Ordine stesso – è che il mantello diventi costume, il titolo diventi vanità, la croce diventi gioiello. E quando questo accade, non si è più cavalieri. Si sta solo recitando la parte.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il fascino pericoloso della forma</h2>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è un fascino innegabile nella dimensione esteriore della cavalleria. Il mantello nero che cade sulle spalle con solennità, la croce bianca che spicca sul petto, il titolo che precede il nome, le cerimonie che sanno di antico, le tradizioni che profumano di storia. È difficile non sentirsi parte di qualcosa di grande quando si indossa quell&#8217;abito. È umano desiderare quel riconoscimento, quella distinzione visibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non c&#8217;è nulla di sbagliato in questo. Le forme hanno un valore. I simboli contano. Il rito non è vuoto formalismo: è linguaggio, è memoria incarnata, è ponte tra generazioni. Quando un cavaliere indossa il mantello, non si sta mascherando: sta rendendo visibile un&#8217;appartenenza, sta dichiarando pubblicamente un impegno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il problema sorge quando la forma diventa fine a se stessa. Quando il mantello si indossa solo per il piacere di essere guardati. Quando la croce diventa accessorio di distinzione sociale piuttosto che segno di dedizione al servizio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In quel momento, si sta &#8220;facendo&#8221; il cavaliere. Si sta recitando un ruolo. E la recita, per quanto ben eseguita, non trasforma l&#8217;attore nel personaggio. Un uomo che veste da medico non diventa medico. Un uomo che indossa il mantello ma non serve chi soffre non diventa cavaliere: diventa solo un uomo con un mantello.</p>



<h2 class="wp-block-heading">&#8220;Tuitio Fidei et Obsequium Pauperum&#8221;: il metro di misura</h2>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è un metro di misura infallibile per distinguere tra chi &#8216;è&#8217; e chi &#8216;fa&#8217; il cavaliere, antico quanto l&#8217;Ordine stesso:<strong> </strong>&#8220;<em>Tuitio Fidei et Obsequium Pauperum&#8221; </em><strong>–</strong> Testimonianza della fede e servizio ai poveri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo motto non è uno slogan pubblicitario. Non è una frase da incidere su medaglie e poi dimenticare. È la definizione stessa dell&#8217;identità cavalleresca. Tutto il resto – mantelli, titoli, cerimonie, onorificenze – esiste in funzione di questo. Se si rimuove il servizio ai poveri, l&#8217;Ordine cessa di essere se stesso. Diventa un club aristocratico, un&#8217;associazione di nostalgia medievale, una società di rievocazione storica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi &#8220;è&#8221; cavaliere vive quotidianamente questo binomio: testimonianza della fede (non necessariamente con parole, ma con una vita coerente) e servizio concreto ai più fragili. Chi &#8220;fa&#8221; il cavaliere partecipa alle cerimonie, posa per le foto, ma quando il mantello viene riposto nell&#8217;armadio, la vita riprende identica a prima. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Una questione di stile, non di giudizio</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Distinguere tra chi &#8220;è&#8221; e chi &#8220;fa&#8221; il cavaliere non è esercizio di giudizio. Non spetta a nessuno – tantomeno a chi scrive – stabilire chi è degno e chi no, chi è autentico e chi è impostore. Ogni cuore conosce se stesso, e Dio solo scruta le intenzioni profonde.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, parlarne è necessario. Perché il silenzio su questo tema non è neutralità: è complicità. Se un&#8217;istituzione permette che la forma soffochi la sostanza, se tollera che il titolo diventi fine piuttosto che mezzo, se accetta che l&#8217;appartenenza sia prestigio senza responsabilità, tradisce la propria missione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Confederazione Internazionale dei Gran Priorati Autonomi OSJ Knights of Malta esiste per continuare la missione iniziata a Gerusalemme nel 1050. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Alla fine, essere o fare il cavaliere è davvero una questione di stile.</strong> Ma non nel senso di eleganza formale. Nel senso di stile di vita. Di scelte quotidiane. Di coerenza tra ciò che si dichiara e ciò che si vive.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quella vita, anche se imperfetta, continua l&#8217;opera di Gerardo Sasso, tenendo accesa la fiamma che arde da quasi mille anni. Trasforma un&#8217;istituzione storica in una realtà viva.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>&#8220;Tuitio Fidei et Obsequium Pauperum&#8221; – Testimonianza della fede e servizio ai poveri. Non è uno slogan da ripetere, ma una vita da vivere. Chi vive questo motto &#8220;è&#8221; cavaliere. Chi si limita a ripeterlo, &#8220;fa&#8221; il cavaliere. La differenza è questione di stile. Di quello stile che si chiama santità.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>La Carità come Responsabilità, non come Gesto occasionale</title>
		<link>https://loscudomagazine.it/2026/01/15/la-carita-come-responsabilita-non-come-gesto-occasionale/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Jan 2026 12:55:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La carità è una predisposizione dell&#8217;anima, un sentire prima di tutto. Sentire di voler stare a servizio della parola di Cristo, non a parole, ma incarnando il suo spirito: essere i suoi occhi, la sua voce, le sue mani nel mondo. Il Natale è occasione di solidarietà, un modo per stare accanto ai più deboli [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">La carità è una predisposizione dell&#8217;anima, un sentire prima di tutto. Sentire di voler stare a servizio della parola di Cristo, non a parole, ma incarnando il suo spirito: essere i suoi occhi, la sua voce, le sue mani nel mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Natale è occasione di solidarietà, un modo per stare accanto ai più deboli e ai più soli, un faro che si accende nel cuore per illuminare il volto degli ultimi. <strong>Ma questa luce non può durare un giorno soltanto.</strong> Per costruire una società di valori e uomini migliori, occorre mantenere un fuoco sempre acceso, fare spazio interiore affinché la luce divina entri ad abitarci e ci doni la forza necessaria per illuminare non il volto, ma la vita intera dei più deboli, dei dimenticati, di coloro che non hanno voce né possibilità di rialzarsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo significa <strong>gesti concreti, presenze che rimangono.</strong> Non fugacità, ma coerenza e continuità. Diversamente, lo spirito cavalleresco si indebolisce e non rappresenta il vero cambiamento. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è più il tempo delle prove. È il tempo di mettere in pratica ciò che abbiamo imparato. Tutti sappiamo cosa significa carità, tutti conosciamo la parola &#8220;presenza&#8221;, ma pochi la incarnano nel silenzio e nella coscienza.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La presenza è visione:</strong> saper vedere il proprio posto nel mondo, saper utilizzare il corpo e la parola consapevolmente, senza false aspettative, senza secondi fini, senza inutili promesse.<strong> La parola non è un sacco vuoto, è la pronuncia consapevole di una realtà. </strong>Parole vuote generano vuoto. Ma quando cuore e mente sono allineati, la realtà intorno a noi si muove e si riempie della luce che segna il cammino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se vogliamo fare solidarietà, se vogliamo essere ricordati per ciò che abbiamo fatto per gli altri, dobbiamo pesare le parole e dar loro importanza, perché tutto ciò che diciamo e pensiamo diventa fatto. Ecco perché noi cavalieri abbiamo giurato, abbiamo compiuto, abbiamo sentito la vocazione. E per non tradirla, ci impegnamo ogni giorno a rendere la parola viva.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Noi siamo quelli che portano giustizia dove non c&#8217;è, la bilancia del mondo. </strong>Incarniamo l&#8217;amore di Cristo e lo portiamo agli altri. <strong>Tra noi non può esserci rivalità,</strong> perché tutti lavoriamo allo stesso obiettivo. <strong>Non vanità, </strong>perché prima di noi viene l&#8217;altro. <strong>Non avarizia</strong>, perché siamo nati per dare. <strong>Non fuga </strong>o nascondimento, perché abbiamo giurato mettendoci la faccia. <strong>Non falsità, </strong>perché quando il cuore non è allineato alla mente, si aprono spazi per la disarmonia e la guerra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il nostro impegno è allinearci, unire, armonizzare e porre fine ad ogni incoerenza. Questo è il mandato che ci siamo dati, il sentiero che abbiamo scelto: non come gesto occasionale, ma come<strong> responsabilità quotidiana</strong>, come <strong>vocazione che si rinnova</strong> ogni mattina nel servizio silenzioso verso chi ha più bisogno.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>La carità, per noi cavalieri, non è un evento. È una vita.</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Quale Comunicazione? Il Giornalismo in-utile ai tempi del marketing digitale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Sep 2025 17:53:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I tempi per il giornalismo stanno diventando sempre più difficili, ma non tanto per i mezzi, quanto per i contenuti. I canali di comunicazione sono aumentati esponenzialmente, eppure, con la stessa rapidità, si è amplificata la distorsione dell&#8217;informazione, sempre più orientata a suscitare sentimenti di paura e orrore nei confronti della realtà. In sostanza, il [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">I tempi per il giornalismo stanno diventando sempre più difficili, ma non tanto per i mezzi, quanto per i contenuti. I canali di comunicazione sono aumentati esponenzialmente, eppure, con la stessa rapidità, si è amplificata la distorsione dell&#8217;informazione, sempre più orientata a suscitare sentimenti di paura e orrore nei confronti della realtà. In sostanza, il bene non fa notizia, mentre il male, quando presente, diventa oggetto di masturbazione collettiva, alimentata dalla corsa ad afferrare l&#8217;evento, a immortalarlo. Rendere eterno il dolore, farlo apparire perenne, seducente e, paradossalmente, ordinario.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Anche il modo di fare notizia è cambiato</strong>. Non più sul campo, non ci si accerta della notizia, non serve. C&#8217;è internet, e liddove non ci si può &#8220;acculturare&#8221; tramite il web, ci sono le voci che riportano, o i comunicati, poi distorti o copia incolla, e a fare il discriminante non è mai l&#8217;intenzione buona, strettamente connessa alla notizia, ma tutta una serie di accadimenti e caratteristiche che nulla hanno a che vedere con l&#8217;informazione in atto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L&#8217;informazione semplicemente non c&#8217;è</strong>. Oggi, i giornalisti hanno trovato un modo molto astuto per organizzare gli spazi vituali, e non: chi paga, è visibile, e la macchina di Google è entrata prepotentemente nelle menti, nei metodi di lavoro dei giornalisti, obbligati a discriminare il cliente distinguendolo tra pagante e non pagante. Non importa se la notizia in questione sia interessante; non c&#8217;è nulla di più interessante di una <strong>full page</strong> o di una <strong>sponsorizzata</strong>. E non importa se lo spazio proposto sul giornale sia la mezza pagina, un mini post dedicato, o la storia della durata di 24 ore, non importa: significa semplicemente che ci sarà &#8220;mezza notizia&#8221;, mutilata, incompleta. L’importante è che sia passata dal vaglio dell’editore, commerciale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E se vogliamo comunicare gioia, eventi positivi, o aspetti valoriali della vita, quelli che tendono al bene? Non c&#8217;è spazio se non si paga, troppi articoli da gestire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È sempre stato così, ma oggi c&#8217;è qualcosa di paurosamente diverso. Tutto ciò è diventato <strong>normalizzato</strong>: è un modus vivendi, un pensiero ricorrente, una modalità massificata, quella degli editori e dei comuni giornalai.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Terribile, ma anche fortemente penoso. L&#8217;intento di comunicare valori è ostacolato dall’esigenza del guadagno: non possiamo permetterci di perdere tempo con la dimensione valoriale, vogliamo concretezza. Raccogliere fan è l&#8217;unico obiettivo: Da un lato, attraverso il dolore, dall&#8217;altro mediante il piacere provocato dalle immagini di volti noti in vacanza, che alimentano la morbosa seduzione del &#8220;vorrei essere al suo posto&#8221;, del voyeurismo che spia, attraverso il buco della serratura, la vita dei ricchi. Un film a cielo aperto, una <strong>Matrix</strong> del lusso e del dolore. Una lenta distruzione di massa che ci allontana dal bene e e dalla dimensione profonda del nostro essere.</p>



<p class="wp-block-paragraph"> Se vogliamo davvero avvicinarci a quella dimensione che chiamiamo <strong>verità</strong>, dobbiamo prendere le giuste distanze dall&#8217;APPARENZA di verità, offerta, a caro prezzo, dall&#8217;informazione di massa. Ciò che è dato attraverso l&#8217;informazione può e deve passare dalla coscienza, dai maestri, da chi studia, da chi cerca. E da chi non scende a compromessi o vive sulla superficie delle cose, intense cose, se riuscissimo a vederle nella loro vera essenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Elena Grasso</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Il 9 Agosto: la Notte in cui tutto è permesso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Aug 2025 07:50:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sembra una sera come tante, ma non lo è. È il 9 agosto, la notte in cui il cielo si apre come un antico scrigno, e le stelle cadenti solcano l’oscurità con la leggerezza dei desideri. C’è qualcosa nell’aria che cambia: una vibrazione sottile, quasi impercettibile, che mette in sintonia le anime, come se finalmente [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Sembra una sera come tante, ma non lo è. È il 9 agosto, la notte in cui il cielo si apre come un antico scrigno, e le stelle cadenti solcano l’oscurità con la leggerezza dei desideri. C’è qualcosa nell’aria che cambia: una vibrazione sottile, quasi impercettibile, che mette in sintonia le anime, come se finalmente potessero riconoscersi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In ogni angolo del paese, della città, della costa, si vedono persone fare qualcosa: discutono, si organizzano, preparano. Tutti, in qualche modo, partecipano a un rituale collettivo, come se volessero rendere perfetta questa notte. E nell’aria, qualcosa si fa più chiaro, più nitido — come un messaggio divino che sussurra: <strong>l’amore è più forte della morte</strong>, e che ogni cosa, <strong>il Tutto</strong>, è qui, adesso, nel presente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una sensazione potente, che avvolge i cuori proprio la notte del 9 agosto. Persino i più solitari, quelli abituati a stare in casa, si lasciano attrarre dal richiamo della festa. Ed è allora che l’umanità si mostra in tutta la sua meravigliosa diversità: si vedono i “tipi strani” fianco a fianco con chi segue le mode, il popolo delle sagre accanto agli amanti della notte, gli spiriti liberi insieme a chi vive normalmente nell’ombra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutti insieme, in un’unica, grande babele di lingue e accenti, di risate e canti. Ed è proprio in questa mescolanza che si intravede una nuova via: un modo diverso di stare al mondo, fondato sull’accettazione, non sulla discriminazione. Perché è anche questo il bello dell’umanità: la sua varietà. Ognuno con la sua specificità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E così, vedi il tipo con un passo incerto, magari zoppicante, che parla animatamente con un amico ritrovato lungo il mare; vedi il cantante popolare sul palco della sagra del pesce, eccitato dagli applausi, che si carica a ogni nota; vedi il pescatore, per una sera lontano dalla solita routine, guardare con occhi diversi il suo paese vestito a festa. E poi gli operai in ferie, le donne in fila per la tanto attesa frittura, e il venditore di <em>calia</em> – come si dice in Sicilia – che canta, balla e vende noccioline, come da tradizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È questo, e molto di più, la notte di San Lorenzo: la notte delle stelle cadenti, la notte in cui tutto è possibile. <strong>Una notte in cui qualcosa riflette la luna piena con un bagliore misterioso ma promettente.</strong> <strong>Forse è un presagio. Forse è l’inizio di qualcosa di nuovo — o di qualcosa di antico che finalmente ritorna.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Una rotta che cambia. Un nuovo modo di essere. Una festa che ci ricorda, almeno per una notte, che siamo tutti esseri infiniti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Elena Grasso</p>
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		<title>Il Ponte sullo Stretto: Progresso o Illusione?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Aug 2025 07:48:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una delle opere più ambiziose mai concepite in Italia sta per prendere forma. Il Ponte sullo Stretto non è più un sogno, ma una realtà in costruzione. Eppure, mentre si celebrano numeri da record e promesse di sviluppo, restano aperte domande cruciali: a chi servirà davvero questa connessione? E a quale prezzo? Il CIPESS ha [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Una delle opere più ambiziose mai concepite in Italia sta per prendere forma. Il Ponte sullo Stretto non è più un sogno, ma una realtà in costruzione. Eppure, mentre si celebrano numeri da record e promesse di sviluppo, restano aperte domande cruciali: a chi servirà davvero questa connessione? E a quale prezzo?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il CIPESS ha dato il via libera definitivo: il Ponte sullo Stretto di Messina si farà. Sarà il più lungo ponte sospeso al mondo, un colosso d’acciaio e cemento che collegherà la Sicilia alla Calabria, con oltre 3 chilometri di luce centrale e un sistema di opere complementari che include strade, ferrovie, stazioni, viadotti e gallerie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La narrazione istituzionale è chiara: <strong>siamo davanti a una svolta epocale</strong>, a un’opera simbolo della capacità italiana di innovare, progettare, costruire. Per Pietro Salini, CEO di Webuild, l’impresa è <em>&#8220;un volano di crescita, occupazione e legalità per tutto il Sud Italia&#8221;</em>, e un&#8217;opportunità per i giovani talenti dell’ingegneria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fin qui, tutto bene. Ma è davvero tutto così semplice?</p>



<h3 class="wp-block-heading">Un ponte tra le epoche (e le strategie)</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Il Ponte sullo Stretto ha da sempre un forte valore simbolico. Per molti, è <strong>il sogno postumo di Silvio Berlusconi</strong> che diventa realtà: la Sicilia finalmente integrata, non più isola ma piattaforma connessa al continente, ponte strategico tra l’Italia e l’Europa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma questa connessione — va detto chiaramente — <strong>non è solo un affare italiano</strong>. L’opera si inserisce in un disegno più ampio: una rete logistica che punta a collegare il Sud Europa con l’intero bacino mediterraneo e oltre. È l’industria che si muove, è la geopolitica dei trasporti, è l’Europa che si estende.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora, la domanda è inevitabile: <strong>a chi gioverà questa unità?</strong> Ai siciliani? All’economia locale? O alle grandi lobby internazionali e al compimento del disegno di unità globale?</p>



<h3 class="wp-block-heading">Il progresso sì, ma a quale costo?</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Non c’è dubbio: se tutto procederà come previsto, la Sicilia ne uscirà trasformata. I collegamenti via terra saranno più rapidi, le imprese entreranno nel flusso dell’industria nazionale, i trasporti merci avranno un’accelerazione storica. Ma attenzione a non cadere in una visione semplicistica: <strong>il problema non è se la Sicilia sarà potenziata, ma in che modo e per chi.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché lo sviluppo, se non è accompagnato da una visione umana e ambientale, rischia di diventare devastazione. E lo scenario ambientale è uno dei nodi più controversi.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Madre Terra non applaude</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Lo Stretto di Messina non è solo un braccio di mare. È un ecosistema vivo, fragile, unico. È crocevia di biodiversità marina, paesaggio mitologico, santuario naturale. Un ponte di questa portata <strong>non potrà che incidere profondamente sull’ambiente</strong>: piloni, gallerie, viadotti e flussi di traffico cambieranno per sempre la morfologia del territorio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda è semplice, ma urgente: <strong>quale sarà l’impatto sulla fauna marina? Sulla flora? Sul paesaggio stesso?</strong> Siamo disposti a sacrificare tutto questo sull’altare della &#8220;connessione economica&#8221;?</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi c’è <strong>la Terra, quella vera</strong>, non quella disegnata nei piani di sviluppo. Una Terra viva, che respira, si muove, e a volte si ribella.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Il nodo sismico: possiamo davvero controllare tutto?</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Il Ponte sorgerà in una delle aree sismicamente più attive del pianeta. Qui, le placche africana ed europea si allontanano l’una dall’altra, generando scosse frequenti e talvolta devastanti. Gli ingegneri lo sanno, e l’opera è stata progettata tenendo conto di questa instabilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma c’è un limite — ed è quello della presunzione umana. <strong>Possiamo davvero prevedere tutto?</strong> In un’area geologicamente viva, imprevedibile per definizione, è lecito chiederci: <strong>basteranno le tecnologie per garantire la tenuta di un’opera simile in caso di forte sisma?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">A voler essere provocatori: ci vorrebbero piloni profondi quasi quanto il mantello terrestre per garantire una stabilità assoluta. Ma non è fantascienza, è la realtà cruda della geologia. <strong>Il Ponte potrebbe reggere a tutto? Non lo sappiamo.</strong></p>



<h3 class="wp-block-heading">Il vero ponte da costruire</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Il Ponte sullo Stretto sarà, senza dubbio, una meraviglia dell’ingegneria. Ma potrebbe anche diventare il simbolo di una nuova illusione collettiva: quella che ci fa credere che connessione significhi automaticamente progresso, e che il cemento sia sempre la risposta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma <strong>non è solo la Sicilia a dover essere collegata</strong>. Siamo noi, come società, a dover costruire un ponte tra sviluppo e coscienza, tra ambizione e responsabilità, tra uomo e natura. Perché mentre ci connettiamo sempre di più, <strong>rischiamo di perdere la connessione più preziosa: quella con il nostro vero sé.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E in questo, nessun ponte può aiutarci. Dipende solo da noi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Elena Grasso</p>
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		<title>Benvenuto Papa Leone XIV: il saluto del Gran Maestro S.E. Giuseppe Madia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 May 2025 09:20:21 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In occasione dell’elezione al Soglio Pontificio di Sua Santità Papa Leone XIV, il Gran Maestro della Confederazione Internazionale dei Gran Priorati Autonomi OSJ Cavalieri di Malta, Sua Eccellenza Giuseppe Madia, desidera esprimere a nome di tutta l’istituzione un caloroso messaggio di benvenuto e di profonda vicinanza spirituale al nuovo Pontefice. “Con l&#8217;elezione di Papa Leone [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">In occasione dell’elezione al Soglio Pontificio di Sua Santità <strong>Papa Leone XIV</strong>, il Gran Maestro della Confederazione Internazionale dei Gran Priorati Autonomi OSJ Cavalieri di Malta, <strong>Sua Eccellenza Giuseppe Madia</strong>, desidera esprimere a nome di tutta l’istituzione un caloroso messaggio di benvenuto e di profonda vicinanza spirituale al nuovo Pontefice.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">“Con l&#8217;elezione di Papa Leone XIV la Chiesa continua il Suo rinnovamento voluto da Papa Francesco, che sicuramente completerà le riforme della Chiesa che il Suo predecessore ha lasciato incompiute, soprattutto sulla trasparenza economica, la lotta alla pedofilia, l’approfondimento del dialogo con le varie ideologie e la ricerca della pace nel mondo.<br>Noi della Confederazione Internazionale dei Gran Priorati Autonomi dell&#8217;OSJ Cavalieri di Malta gaudiamo nell&#8217;ascoltare le Sue parole: <em>&#8216;La pace sia con tutti voi&#8217;</em>, ed abbiamo recitato insieme a Lui l’Ave Maria.<br>Gli auguriamo di cuore la realizzazione di tutti i progetti innovativi che intende portare col Suo Pontificato, e possa riunire in un unico abbraccio tutti i Cristiani del mondo. Fiduciosi lo seguiremo.<br><strong>Benvenuto Papa Leone XIV</strong>.”</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Parole cariche di speranza, quelle di S.E. Madia, che riflettono il profondo senso di responsabilità e di impegno spirituale che lega l’Ordine dei Cavalieri di Malta OSJ alla fede cristiana. In questo nuovo inizio, l’intera Confederazione si unisce al popolo di Dio nel pregare affinché il nuovo Santo Padre possa portare avanti con coraggio, fermezza e amore il cammino di riforma, unità e misericordia iniziato negli anni precedenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Confederazione rinnova il suo impegno nella fede, offrendo preghiere e sostegno morale al Papa, guida e pastore della Chiesa universale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Confederazione Internazionale dei Gran Priorati Autonomi OSJ Cavalieri di Malta</strong><br><strong>Il Gran Maestro</strong><br>S.E. Giuseppe Madia</p>
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